Il Governo Berlusconi nelle ultime settimane ha più volte sottolineato che l’Italia non è e non deve essere un paese multietnico. Le considerazioni dal punto di vista culturale e sociale, in un mondo globalizzato come quello in cui viviamo, possono facilmente bastare per smentire qualunque argomentazione che propenda per la chiusura di un paese al cittadino straniero. Se questo non dovesse essere sufficiente, anche le argomentazioni dal punto di vista meramente economico non mancano.
Il 18 maggio l’Istat ha diffuso l’edizione 2009 dell’opuscolo Università e lavoro, che riporta dati statistici aggiornati relativamente all’istruzione universitaria, l’inserimento professionale dei laureati e le condizioni contrattuali e retributive.
Presentato il Rapporto annuale Istat 2008: allarme occupazione e situazione delle famiglie, soprattutto al Meridione. Sono i capifamiglia ad essere più colpiti dalla crisi occupazionale.
Nel Nord-Est le imprese più produttive, ma la produzione scende del 3,3%. Cresce l’incidenza dei lavoratori stranieri. Più di 64 mila i bambini nati in Italia da genitori stranieri.
Il recente Rapporto Annuale dell’Istat offre l’occasione per sottolineare alcuni aspetti relativi alla popolazione straniera in Italia. Dall’analisi dei dati si possono trarre interessanti indicazioni su quali politiche adottare per facilitare l’integrazione.
L’Italia, rispetto alla media dei paesi europei, presenta una forte presenza di giovani che risiedono nella famiglia d’origine. Le implicazioni economiche di questo divario sono molto significative. Innanzitutto la dipendenza economica e la convivenza “forzata” influenzano negativamente l’atteggiamento dei giovani nei confronti del mercato del lavoro. Inoltre le poche interazioni con l’ambiente esterno riducono le possibilità per i giovani di trarre vantaggio dallo scambio di conoscenze che sarebbe facilitato dall’emancipazione. E' allora necessario adottare politiche in grado di colmare il divario esistente con gli altri paesi.
Da diversi anni si discute il tema del “declino italiano” in termini di competitività delle imprese nazionali su scala globale. La questione è diventata di maggior urgenza nel contesto attuale, in cui la crescita è guidata dalle economie asiatiche, in particolare Cina e India, caratterizzate da un modello di specializzazione molto simile a quello italiano e con le quali tuttavia l’Italia non può competere in termini di costi, dimensioni, infrastrutture e risorse.
La scuola italiana secondo l’OCSE: costi elevati per risultati mediocri, ma i tagli non risolvono il problema. Attribuzione di responsabilità per i risultati conseguiti e avanzamenti di carriera legati al merito possono migliorare le perfomance delle scuole.
‘Oggi, in una società progredita, una persona con meno di 10-15 anni di scuola è da considerarsi funzionalmente analfabeta’
C.M. Cipolla
Con questa citazione, Il Vicedirettore della Banca d’Italia conclude la sua raccolta di saggi sugli investimenti nella conoscenza, per una crescita economica ‘sostenuta e continua’.
Il divario salariale fra le donne e gli uomini non deriva da una discriminazione nei confronti delle donne per cui, pur svolgendo le medesime mansioni dei colleghi uomini, ricevono compensi inferiori in ragione del loro sesso, ma dipende dal fatto che le donne occupano posizioni di minor livello e quindi meno retribuite rispetto a quelle degli uomini. Sono queste le conclusioni di una ricerca condotta dall’Osservatorio sul diversity management della SDA Bocconi e di HayGroup su 31.882 lavoratori di 97 aziende.
Nell’Italia che non cresce esistono due realtà, che nell’ultimo decennio sono diventate sempre più distanti. Il divario tra Nord e Sud ha ormai raggiunto quasi 42 punti percentuali, l’incidenza del manifatturiero sul valore aggiunto nel Meridione (13,7%) è poco più della metà del Settentrione (25,7%) e la quota di export del Mezzogiorno è pari al 9,3% (al netto dei prodotti petroliferi) del totale nazionale.