Il Blog di Hannaharendt

Mer, 03/24/2010 - 19:35
Precarietà lavoro

Il 3 marzo il Senato ha approvato in via definitiva il ddl  sul lavoro, in base al quale le controversie tra datore di lavoro e lavoratore potranno essere risolte alternativamente tramite ricorso al giudice o mediante un arbitro che deciderà “secondo equità”.

L'art. 31 del ddl aggira in questo modo l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che tutela dal licenziamento senza giusta causa.

Il Governo ha naturalmente minimizzato l'impatto di questa norma, affermando che il lavoratore troverà nell'arbitrato uno strumento in più a sua disposizione e potrà scegliere a quale procedura affidare le controversie con il datore di lavoro; in realtà, poiché il ricorso all'arbitrato potrà essere regolato o dai contratti collettivi oppure da contratti di assunzione che lo prevedano espressamente, il lavoratore rischia di essere ancora più vulnerabile in fase di negoziazione, in quanto il datore di lavoro potrà porre l'accettazione della clausola relativa all'arbitrato come condizione per procedere con l'assunzione.

Diversi esponenti del mondo politico e dei sindacati hanno contestato la norma e l'attacco implicito all'art. 18 che essa contiene, proprio perché aumenta le possibilità di “ricatto” nei confronti dei lavoratori, in una fase in cui tra l'altro il loro potere negoziale è già debole per via della generale immobilità del mercato del lavoro.

Quello che però andrebbe sottolineato è che se il ddl indebolisce coloro che all'articolo 18 potrebbero appellarsi, per milioni di lavoratori tale tutela non è mai stata prevista, perché inquadrati con forme contrattuali che, a fronte di rapporti di lavoro di tipo subordinato, non garantiscono alcuna protezione: lavoratori di serie B, impiegati attraverso stages, contratti di collaborazione, partite iva e tante altre fantasiose forme di lavoro precario, che escludono la negoziazione e qualsiasi diritto.

Dico lavoratori di serie b, e non atipici, perché parlare di lavoro atipico, avvalora l'idea si tratti di un fenomeno circoscritto, d'eccezione, una fase transitoria cui seguirà una stabilizzazione, un ritorno ad una rassicurante normalità di contratti a tempo indeterminato, con tanto di contributi, ferie e malattia. Un'illusione agevolata dal fatto che siamo ancora difficili da registrare, nascosti tra le pieghe dei dati sull'occupazione e la disoccupazione, a volte del lavoro sommerso, confusi nel conto dei lavoratori autonomi. Nonostante l'apparente invisibilità sono queste le forme di lavoro che per lo più i giovani, e non solo, sperimentano e che presumibilmente attendono le nuove generazioni. 

Forse anche contarci sarebbe un modo per cominciare a contare.

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Mar, 12/22/2009 - 23:35
Società

Un piccolo paese della Calabria, le cui principali risorse sono il mare, le spiagge ed una piccola isola.

Per molti anni una fabbrica di tessuti ha offerto a parte della sua popolazione la possibilità di un lavoro stabile, una sorta di miraggio in un comune in cui la gente vive per lo più di lavoro stagionale o si rassegna ad emigrare al centro o al nord. Poi la fabbrica chiude, il lavoro finisce, ma una cosa non si ferma: le malattie e le morti degli ex dipendenti.

All’inizio erano pochi. Qualche lontano conoscente, poi sempre più persone, amici, parenti, morti per tumore o leucemia, troppi, davvero troppi. Troppi per ignorare quell’involontaria quanto inevitabile associazione: morto di leucemia – lavorava alla Marlane, morto di tumore – anche lui alla Marlane, cancro ai reni – di nuovo quel nome: Marlane.

Dopo anni di sospetti arriva la verità e con essa speriamo anche la giustizia.

La Marlane, una fabbrica del gruppo Marzotto situata nel piccolo comune di Praia a Mare (CS) e da poco dismessa, era una fabbrica di veleni. Vi si producevano tessuti con lavorazioni tossiche.

Per questo i dipendenti si ammalavano, per questo tanti ne sono morti.

Dopo anni di indagini la procura di Paola è giunta nei giorni scorsi alle sue conclusioni: le accuse vanno dall’omicidio colposo al disastro ambientale. Fra gli indagati ci sono nomi di imprenditori veneti molto autorevoli, come Antonio Favrin, vicepresidente vicario di Confindustria veneto e amministratore delegato della Marlane fra il 2001 e il 2004, Silvano Storer, già ai vertici di Stefanel e Benetton Sportsystem e consigliere delegato della Marlane fra il 1997 e il 2001 e  Jean De Jaegher, amministratore delegato  per la Marzotto fra il 1996 e il 1997. Indagato anche il sindaco del comune di Praia a Mare, Antonio Lomonaco, che è stato responsabile della tintoria fra il 1973 e il 1988.

Secondo la magistratura i dipendenti non erano informati sui rischi cui erano esposti, né provvisti di adeguati mezzi di protezione, ma anzi maneggiavano a mani nude coloranti  ricchi di ammine aromatiche che provocano patologie tumorali.

Ma il disastro potrebbe essere anche ambientale, perché oltre alle vernici anche i rifiuti della fabbrica erano tossici, residui a base di amianto, zinco, piombo, mercurio, interrati a poca distanza dalla spiaggia di Praia a Mare, con il rischio di gravissimi danni all’ambiente, alla salute delle persone ed all’intero paese, che nel mare e nelle sue spiagge trova la principale, se non unica, risorsa.

Già da molti anni la popolazione di Praia a Mare temeva una simile verità, eppure allo stesso tempo tendeva ad allontanare quel terribile pensiero, non riusciva ad ammetterlo fino in fondo; perché accettare fatti simili significa accettare l’idea che per fame di profitto imprenditori, dirigenti e amministratori locali abbiano messo a rischio la vita di uomini e donne e contaminato un territorio di grande bellezza, un patrimonio naturale già penalizzato dall’abbandono e dalla corruzione in cui versa la regione e che anziché valorizzare costoro hanno pensato di distruggere. Significa accettare che nella loro irresponsabile e folle corsa al guadagno delle persone abbiano razionalmente calcolato di condannare a malattie gravissime e alla morte persone con la sola colpa di aver bisogno di un lavoro e, avvelenando il territorio,  esporre a tale rischio la popolazione in generale.

Forse non ci si poteva credere anche per la rassegnazione, perché abituati ad essere la discarica del paese o perché andare in fondo alla questione sembrava inutile : fare causa alla Marzotto? Con quale speranza di ottenere qualcosa?

Grazie al coraggio e alla determinazione del procuratore capo di Paola Bruno Giordano e di un ex dipendente della Marlane, Luigi Pacchiani, forse ci sarà giustizia.

Sono queste le persone di cui il Sud ha bisogno.

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Lun, 11/23/2009 - 22:02
Società

Martedì 17 novembre è stata celebrata in tutto il mondo la giornata per il diritto allo studio, in memoria del 17 novembre 1939, giornata in cui centinaia di giovani cecoslovacchi che si opponevano alla guerra furono arrestati e uccisi dai nazisti. I rappresentanti degli studenti si sono ritrovati a Bruxelles sotto lo slogan “l'istruzione non è in vendita”, mentre in Germania la protesta ha coinvolto 35 città e in Grecia la celebrazione si è inserita nella serie delle iniziative legate all'anniversario della rivolta degli studenti ateniesi contro i colonnelli greci nel 1973. In Italia studenti universitari e dei licei, ricercatori e precari della scuola hanno manifestato per esprimere il proprio dissenso nei confronti della riforma Gelmini e dell’impatto che essa ha prodotto nel mondo della scuola e dell’università.
La ministra ha prontamente affermato che la protesta, che ha coinvolto in Italia 50 città e ha visto scendere in piazza 150 mila persone, è stata condotta dai giovani dei centri sociali e non rappresenta la stragrande maggioranza degli studenti italiani. Questa dichiarazione rispecchia la convinzione, più volte ripetuta negli ultimi mesi, che la mobilitazione studentesca sia governata da giovani appartenenti alla sinistra radicale, definiti di volta in volta facinorosi, guerriglieri o semplicemente fannulloni, che utilizzano la riforma coma mero pretesto per colpire il governo, perché si illudono di essere ancora negli anni '70 o semplicemente perché desiderano saltare le lezioni.
Si tratta di una posizione che mira a delegittimare la protesta e a depotenziarne l'impatto sull'opinione pubblica, facendo passare sotto silenzio l'ampiezza della partecipazione e la ricchezza delle iniziative e delle proposte che in questi mesi sono state avanzate negli atenei e nelle scuole.
La mobilitazione studentesca, sebbene originata dal dissenso nei confronti della riforma dell’istruzione e dalla finanziaria, nella misura in cui queste colpiscono a tutti i livelli l’istruzione pubblica, trova il suo obiettivo più ampio nell’affermare una concezione del sapere come bene comune e il ruolo dello studente come soggetto politico attivo, piuttosto che come mero fruitore di un servizio. Si tratta cioè di un movimento in grado di prescindere da appartenenze politiche precedenti e soprattutto di non esaurirsi nelle manifestazioni di piazza, che sole hanno conquistato l’attenzione mediatica, finendo per avvalorare l’idea di essere di fronte ad una protesta sterile, priva di contenuti, addirittura dettata dal desiderio di evitare le lezioni. Accusa a cui gli studenti rispondono:“Vi sono certo state delle occupazioni, come retaggio di una forma di protesta assunta e metabolizzata, ma per lo più simboliche. Questo ha fatto sì che non ci fosse un blocco totale della didattica e che si riuscisse allo stesso tempo a esplicitare un malessere generale preservando per tutti e tutte il diritto alla formazione”.[1]
In realtà gli studenti, i ricercatori, e in alcuni casi anche i docenti, hanno organizzato corsi e seminari, cineforum e assemblee, hanno prodotto documenti e avanzato proposte per conciliare l'esigenza di una razionalizzazione della spesa legata all'istruzione con il diritto all'istruzione per tutti e con la necessità di investire nella ricerca come condizione essenziale per il futuro dei giovani e del paese.
L'ampiezza della partecipazione studentesca, la sua capacità di autorganizzarsi e di resistere nel tempo, con un lavoro certamente più impegnativo e continuo rispetto alla mera presenza in occasione di grandi eventi ad impatto mediatico, smentiscono l'idea che il movimento abbia coinvolto solo pochi esponenti dei centri sociali e non rappresenti una parte considerevole degli studenti. Al contrario il movimento studentesco Onda Anomala si è dichiarato sin dall’inizio estraneo ad ogni rappresentanza partitica, contestando l’equazione che fa coincidere la politica con il dominio dei partiti e sottolineando la volontà di sottrarsi ad un’automatica assimilazione alle rivendicazioni politiche che hanno caratterizzato le mobilitazioni passate.
A questo proposito uno studente dichiara: “In effetti, anche se è chiaro che la mobilitazione è ancora in qualche misura guidata dai militanti e dalle militanti, è anche evidente però che sempre più ragazze e ragazzi, senza avere alle spalle una storia personale di particolare impegno politico, decidono di dare il loro contribuito. Spesso anzi sono proprio questi facinorosi, che mai in vita loro hanno preso parte ad un collettivo studentesco o ad una riunione di partito, a chiedere ai propri docenti di sospendere il corso normale delle lezioni e di progettare insieme forme alternative di didattica”.
Quello che in questi mesi non è stato registrato, se non volutamente oscurato, è quindi proprio la discontinuità di questo movimento rispetto a quelli del passato, centrati su un approccio leaderistico e sugli eventi di piazza, come spiegato da alcuni studenti del Seminario Autogestito Permanente di Roma Tre nel corso del grande seminario di Diotima tenutosi a Verona lo scorso 6 novembre.
Essi individuano infatti due livelli di azione: il primo, che si realizza attraverso cortei, sit-in e occupazioni e che certamente riprende forme consolidate di contestazione per il loro valore simbolico; il secondo che riguarda invece “le dinamiche e le forme di aggregazione che si sono rivelate “costitutive dal basso” della mobilitazione. Questo è il microlivello dei gruppi di studio, dei seminari, dei workshop e di tutto quello che potrebbe essere definito come il “lavoro di cura” del movimento: quel lavoro che mettendo in raccordo momenti aggregativi diversi nutre il movimento pur rimanendo trasparente agli occhi del grande pubblico”.[2]
Si tratta cioè di pratiche politiche che puntano sulla relazione di fiducia e sul senso di responsabilità condivisi dagli studenti, consentendo a tutti un maggiore agio nel prendere parola pubblicamente e la creazione di un tessuto associativo che va ben oltre i singoli eventi di grande partecipazione e che anzi si rivela condizione indispensabile perché questi abbiano luogo.
Mi sembra che rispetto alla massa di immagini e titoli che hanno riportato notizia dei disordini, non ci sia stata sufficiente informazione che rendesse conto della produzione di sapere e del senso di responsabilità politica che si è diffuso in questi mesi fra gli studenti; soprattutto non ci si è interrogati su quale urgenza abbia spinto i giovani, soprattutto gli studenti universitari, ad investire tempo ed energie nella difesa della scuola pubblica, del sapere e della ricerca, anziché affrettarsi a badare ai propri interessi personali, soprattutto in uno scenario dominato dalla competizione, dal precariato e dalla paura della disoccupazione.
Domande a cui si troverebbe risposta semplicemente prestando ascolto alle istanze degli studenti, sforzandosi di aprire con loro un serio confronto. In uno dei documenti presentati in occasione dell’Assemblea nazionale del 12 dicembre 2008 si legge infatti: “La questione delle condizioni materiali degli studenti, la loro richiesta di riappropriazione del futuro, dimostrano una volontà di porre in questione elementi base della vita di ognuno che la politica istituzionale aveva relegato all’ambito del caso, della fortuna e della disponibilità privata, ma che in realtà potrebbero e dovrebbero trovare spazio in una politica delle persone e dei loro bisogni concreti. Il criterio dell’utile a cui è stata sottomessa l’università delle abilità, della professionalizzazione e della rinuncia al discorso pubblico è il riflesso di una società in crisi, incapace di difendere il sapere nella sua natura di bene comune”[3]
 

[1]    http://www.nuvole.it/index.php?option=com_content&view=article&id=361:roberta-paoletti-e-valeria-mercandino&catid=76:nuvole-37&Itemid=61 

[2]  Grande seminario di Diotima presso l’Università di Verona, intervento di Roberta Paoletti, Valeria Mercandino, Federica Castelli, Pierluigi Marinucci, Lorenzo Coccoli, Alessandro Grassi.

[3]    Il testo è il risultato delle discussioni e delle iniziative che si sono svolte a Roma Tre, in particolare sono stati coinvolti il Seminario Autogestito Permanente della Facoltà di Lettere e Filosofia; gli e le studenti dell’Aula 6 autogestita; l’Assemblea Permanente di facoltà.

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Mer, 10/21/2009 - 10:26
Società

Secondo l’ultima dichiarazione dell’Aifa la pillola abortiva Ru486 dovrebbe essere commercializzata in Italia a partire dal 19 novembre. Il ministro Sacconi ha affermato che l’indagine conoscitiva condotta dal parlamento terminerà prima di questa data, ma non si escludono nuovi interventi volti a procrastinarne la diffusione.

Nella sua ultima dichiarazione il ministro ha inoltre affermato che l’indagine ha il fine di “verificare la compatibilità della pillola abortiva con la legge 194 che regola l'interruzione volontaria della gravidanza”.

Le giustificazioni addotte finora dai diversi esponenti del Pdl sono tuttavia molto discordanti fra loro e si ha l’impressione che ancora una volta si stia facendo dei corpi e delle vite delle donne l’oggetto di uno scontro politico. 

La prima motivazione addotta dal senatore Gasparri per giustificare la necessità di un’indagine parlamentare è stata infatti la preoccupazione per eventuali rischi sulla salute delle donne che avrebbero fatto ricorso alla pillola abortiva. D’altra parte però non si comprende come possa spettare al parlamento verificare questo aspetto, dal momento che solo una commissione tecnico-scientifica sarebbe in grado di esprimersi in merito con competenza.

Ad oggi invece l’unico confronto condotto su basi scientifiche è stato quello svoltosi presso la Casa Internazionale delle donne di Roma il 10 ottobre scorso. Qui modalità e statistiche sono state discusse da donne medico, operatrici della legge 194 , parlamentari e donne delle associazioni femminili. 
Al contrario l’indagine conoscitiva in corso al Senato sembra piuttosto un tentativo politico di impedire o comunque ostacolare l’accesso all’aborto farmacologico per le donne italiane. 

La sottosegretaria alla salute Roccella ha comunque già dissipato ogni dubbio dichiarando che si tratta di un fatto politico perché la Ru486 è stata promossa da radicali e sinistra radicale.

Il senatore Gasparri ha poi dichiarato che “l’indagine offrirà elementi importanti per evitare la banalizzazione dell’aborto”, evidenziando come la reale preoccupazione sia che la possibilità di effettuare l’interruzione di gravidanza in modo meno doloroso possa indurre le donne a ricorrervi in misura maggiore. Contemporaneamente però gli esponenti del Pdl sostengono che è sbagliato credere che la pillola renderebbe l’interruzione di gravidanza indolore,  per cui non si capisce perché temano che conduca ad una banalizzazione dell’aborto.

Altri si sono esposti in maniera più ambigua dichiarando, come Barbara Saltamartini responsabile pari opportunità del Pdl, che l’opposizione alla Ru486 mira a difendere il valore sociale della maternità. 

Ora questo valore sociale della maternità sarebbe un concetto da chiarire.

Le donne in Italia non godono di alcun sostegno che le aiuti ad affrontare la scelta di diventare madri. Condizioni precarie di lavoro e discriminazione già nei processi di selezione in virtù del “rischio” di maternità, sono aspetti tristemente noti a tutti. Inoltre a differenza di altri paesi europei le donne non hanno diritto ad alcuna assistenza dopo essere state dimesse dall’ospedale. Studi recenti hanno invece evidenziato come la depressione post-partum e le sue conseguenze più drammatiche, fino ai casi di infanticidio, siano legate alla solitudine e al senso di abbandono sperimentato dalle donne dopo il ritorno a casa.

In Italia manca una rete sufficientemente estesa di asili pubblici e di altre strutture destinate ad accogliere i bambini mentre le madri lavorano ed è noto come l’unica vera forma di welfare siano le famiglie.

Insomma nulla lascia supporre che in Italia ci sia un riconoscimento del valore sociale delle donne e della maternità, ma ecco che paradossalmente è proprio questo che sta a cuore del centro-destra.

Cosa si intende allora per valore sociale della maternità? Che le donne sono naturalmente destinate ad essere madri e che nostro compito è la riproduzione della specie a prescindere dalla nostra volontà? Che vi è un destino biologico per ciascuna di noi che non possiamo contrastare?

Se così fosse ad essere in discussione non sarebbe tanto l’aborto farmacologico, quanto il diritto delle donne all’interruzione volontaria della gravidanza e la legge 194 che in Italia disciplina questa materia. 

Mi sembra purtroppo che sia questa l’intenzione sottesa all’avversione del centro-destra nei confronti della pillola abortiva, anche perché la legge 194 non esclude la possibilità di interrompere la gravidanza attraverso strumenti alternativi all’intervento chirurgico, ma parla di somministrazione su prescrizione medica dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte.

Inoltre l’articolo 15 afferma il dovere delle regioni di promuovere l’aggiornamento del personale sanitario “sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità psichica e fisica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza”. Il legislatore prevedeva quindi la possibilità che la tecnica avrebbe messo a disposizione forme meno drammatiche di intervento. Del resto la Ru486 è già in uso in Francia dal 1988, nel resto d’Europa e negli Stati Uniti dal 2000 ed è stata adottata anche da Cina e Uzbekistan.

Infine quanto al vincolo posto dalla legge di effettuare l’interruzione di gravidanza all’interno di strutture pubbliche, l’Aifa ha già stabilito che anche la pillola abortiva potrà essere assunta solo presso le strutture ospedaliere e che la donna vi dovrà essere trattenuta fino ad aborto avvenuto. 

L’idea che al centro dell’attacco ci sia non solo la pillola Ru486, ma la legge 194 e il diritto delle donne all’autodeterminazione è avvalorata da diversi segnali molto spesso taciuti.

In primo luogo in Italia manca una reale informazione sulla sessualità e la contraccezione, anzi si alimenta la confusione su questi temi finendo per limitare la consapevolezza delle donne e il diritto ad una scelta informata. Un esempio emblematico è quello della pillola del giorno che in Italia viene presentata come una pillola abortiva e che le donne ottengono solo dopo percorsi molto tortuosi e umilianti. In realtà l’Organizzazione mondiale della sanità l’ha classificata tra i contraccettivi e nel resto d’Europa è un farmaco da banco, che si vende cioè senza ricetta .

Vi è inoltre una continua criminalizzazione delle donne sia che ricorrano alla pillola del giorno dopo, sia che decidano di abortire. Per averne una conferma basta leggere i volantini diffusi nei consultori in cui l’interruzione di gravidanza è paragonata ad un omicidio, dimenticando che l’idea che la vita umana abbia inizio dal concepimento è un giudizio di valore, un dogma di fede rispettabilissimo, ma non un fatto scientifico o una verità che si debba necessariamente condividere.

Altra questione è quella dell’obiezione di coscienza che in Italia raggiunge livelli tali da impedire la corretta applicazione della legge 194. Sarebbe opportuno ricordare che la 194 è una legge dello stato vincolata costituzionalmente e che se il medico ha naturalmente diritto all’obiezione di coscienza, questo diritto non si applica alla struttura ospedaliera che al contrario deve garantire alla donna la prestazione sanitaria.

Date queste premesse risulta difficile credere che dietro il tentativo del centro-destra di ostacolare la diffusione della RU486 vi sia reale preoccupazione per la salute della donna e per la compatibilità con la legge 194. Il timore è che ancora una volta questo governo si appresti a prendere decisioni senza tenere conto della volontà di donne e uomini su questioni che interrogano  la coscienza di ognuno, la cui libertà dovrebbe essere sempre rispettata, almeno all’interno di uno stato laico.

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Mer, 09/23/2009 - 20:38
Società

L’omicidio della giovane Sanaa Dafani ha riaperto il dibattito sulla convivenza con i musulmani presenti sul territorio italiano, facendo riemergere le preoccupanti posizioni di una destra che strumentalizza gli episodi di violenza contro le donne commessi da stranieri per giustificare le derive securitarie cui assistiamo ormai da mesi. Alla guida dell’assalto naturalmente la Lega Nord, che ha prontamente spiegato la vicenda in termini di fondamentalismo islamico, l’ennesima semplificazione dietro cui ormai si fatica a riconoscere della buona fede perché continuamente non fa che solleticare le paure e le reazioni più istintive degli italiani, ostacolando ogni tentativo di riflessione.

Semplificare può essere rassicurante e aiuta di certo a sentirsi privi di responsabilità nei confronti di quel che accade intorno a noi, tutt’al più tenuti a difendercene, ma di certo non è il miglior modo per confrontarsi con questioni che prima o poi dovremo avere il coraggio di interrogare senza nasconderci dietro facili pregiudizi. Queste questioni sono la violenza di genere da una parte e le difficoltà connesse alle dinamiche dei movimenti migratori e dell’integrazione nei paesi di accoglienza dall’altra.

In primo luogo parlo di violenza di genere perché Sanaa era prima di tutto una donna e poi figlia, marocchina, musulmana. E in quanto donna Sanaa è stata punita per aver preteso di decidere da sé, di essere libera, disobbedendo all’autorità di un uomo, il padre in questo caso, che aveva altri progetti per lei e a cui non le era concesso di opporsi.

Non c’è bisogno di ricordare, come è stato fatto da più parti, quanto questi delitti fossero comuni in Italia solo pochi decenni fa, perché sono vicende ancora attuali anche per noi: il 13 giugno il padre della diciottenne Sabrina uccide a sprangate il suo ragazzo perché non voleva che lei lo frequentasse; il 7 agosto a Varese un uomo di 42 anni ha ucciso moglie e figli  per poi uccidersi con il gas di scarico della sua auto; il 26 agosto Irene viene uccisa con un colpo di pistola a Sulmona dal padre perché rifiutava di disintossicarsi dalla droga; il 29 agosto a Salerno un uomo di 39 anni ha ucciso la moglie e poi ha tentato di suicidarsi. Che la giustificazione sia l’onore o la diversa religione, la gelosia o la preoccupazione, dietro vi è comunque la convinzione che una donna non possa decidere da sé della propria vita, che debba obbedire e moderarsi, sopportare, subire. In fondo gli stupri, le violenze domestiche, gli omicidi sono solo la punta di un iceberg rispetto ad  una sottomissione femminile che è stata per secoli supporto dell’identità e della presunta superiorità maschile.

Per certi versi il segno della violenza cui assistiamo oggi è diverso, anche se al centro vi è comunque il rifiuto della libertà femminile: in passato non prevista e quindi scandalosa anche nei più piccoli gesti di autonomia, oggi pervasiva e perciò destabilizzante per l’identità maschile. Con l’inclusione delle donne in tutti gli ambienti del vivere comune, con la maggiore istruzione, la femminilizzazione del lavoro, la libertà sessuale, l’indipendenza economica, l’autodeterminazione femminile è vissuta oggi più che mai come minaccia alla virilità di uomini, da sempre beneficiari di un indiscusso potere sui corpi e sulle volontà delle donne, che ora assistono sconcertati alla perdita di questo controllo.

La libertà femminile sottrae agli uomini quel supporto alla propria identità e li lascia rabbiosi e disorientati. D’altra parte nessuno li aiuta a gestire questo cambiamento epocale, la questione non fa parte del dibattito comune, l’esperienza non è condivisa nello spazio pubblico; le risposte solitarie alla frustrazione sono però drammaticamente simili, sono sempre risposte di violenza o di depressione.

Tuttavia credo che interpretare quel che è accaduto a Sanaa, e i tanti casi non noti, solo in termini di violenza di genere significherebbe cadere in un altro facile riduzionismo. C’è, bisogna ammetterlo, anche un problema culturale, di cui la religione certamente fa parte in quanto forma determinante della cultura, ma che non riguarda solo la religione né tanto meno solo quella islamica.

Mi sembra che quello in atto sia un conflitto, doloroso ma importantissimo e ineludibile, fra vecchie e nuove generazioni all’interno di un contesto di migrazione e di difficile integrazione: da una parte genitori immigrati che tentano di salvare la propria tradizione, unica superstite di un passato abbandonato con la propria terra, spesso in contrasto con quella dei paesi di accoglienza, dall’altra giovani cresciuti nei paesi ospiti che cercano a loro modo di declinare un’identità multipla, di conciliare il passato e il futuro, entrando necessariamente in collisione con certe parti della propria cultura e con chi si propone di difenderla. Conflitto generazionale e conflitto culturale si sovrappongono e si complicano a vicenda, perché da una parte spesso i genitori falliscono nel tentativo di trasmettere ai figli quelle tradizioni che vorrebbero perpetuare e dall’altra nelle scelte e nei comportamenti dei giovani essi scorgono continuamente segnali di una contaminazione da parte del contesto in cui essi stessi li hanno condotti senza comprenderlo appieno, spesso guardandolo con sospetto e paura. Giovani che parlano la lingua e i dialetti dei paesi di accoglienza, ne ascoltano la musica, ne conoscono le abitudini e che diventano agli occhi dei genitori più estranei di quei nativi con cui pure hanno accettato di confrontarsi, perché l’estraneità dei propri figli è una sorta di tradimento.

Qualcuno ha tentato di avvalorare l’idea di un conflitto irrisolvibile fra Noi e Loro, sostenendo che il padre di Sanaa era perfettamente integrato perché da anni lavorava in Italia, come integrato era il padre di Hiina Saleem, la ragazza uccisa a Brescia tre anni fa, e tuttavia questo non è stato sufficiente ad evitare quanto è accaduto. Far coincidere l’integrazione con l’avere un lavoro mi sembra un’altra mossa azzardata. Certamente il lavoro è il primo strumento per favorire l’integrazione, ma l’ostilità, la diffidenza e la marginalità che gli stranieri sperimentano richiedono maggiore apertura e un impegno collettivo di mediazione culturale perché le distanze non diventino incolmabili. Noi, mi sembra, abbiamo troppa fretta di chiudere la questione, di prendere le distanze dall’Altro, poca volontà di interrogare la nostra paura e la nostra somiglianza. Eppure negli ultimi cinque anni il numero di stranieri presenti in Italia è quasi raddoppiato, una tendenza destinata a consolidarsi e tra l’altro necessaria visto l’andamento demografico del nostro paese. Forse quella volontà dovremmo trovarla.

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Sab, 09/19/2009 - 18:57
Società

Dopo diversi mesi di discussioni e polemiche sembra che il dibattito intorno agli scandali sessuali relativi al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi si trascini invano, senza mettere in discussione la sua credibilità politica per buona parte dell’opinione pubblica. Un effetto c’è stato, però, quello di portare ad una maggiore attenzione la disinformazione in cui viviamo e le strategie intimidatorie costantemente messe in atto dal premier contro chiunque osi raccontare una verità diversa dalla sua. E tuttavia mi sembra che questo dibattito abbia mancato volutamente di approfondire i nodi più importanti della questione.

Che la vita sessuale di un politico sia faccenda privata è cosa che si potrebbe assumere con una certa tranquillità. Anche se altrove nel mondo vicende come quelle italiane avrebbero condotto alle immeditate dimissioni del personaggio coinvolto, sappiamo bene che gli italiani sono ben propensi a perdonare scappatelle e scandali in nome della tradizionale virilità italica e a ragionare con la ben nota doppia morale che ci vede intransigenti cattolici e moralisti, ma solo in linea di principio.

Le questioni da affrontare tuttavia non sono affatto vicende private. Basti ricordare che agli inizi di questa storia si colloca l’intervento di Sofia Ventura dal magazine di Farefuturo – la fondazione presieduta da Gianfranco Fini- in merito alle  candidature femminili proposte alle elezioni europee. La giornalista sottolineava come il problema della scarsa presenza delle donne in politica non si potesse risolvere col reclutamento di giovani avvenenti, prive di qualunque esperienza politica e scelte “allo scopo di proiettare una (falsa) immagine di freschezza e rinnovamento”. A questo intervento fece seguito la lettera di Veronica Lario che si associava alla posizione espressa della giornalista e definiva “ciarpame senza pudore” l’uso fatto dei corpi femminili e denunciava come questo offendesse tutte le donne. L’intervento della Lario è stato prontamente delegittimato come la reazione eccessiva di una donna tradita ed è poi stata accusata a sua volta di tradimento, nonostante le sue parole non avessero nulla a che vedere col risentimento. L’invito di Veronica Lario era piuttosto rivolto a difendere la credibilità delle istituzioni e di tutte le altre donne che rischiano di essere associate al medesimo malcostume. D’altra parte la storia potrebbe avere un inizio ancora precedente nella vicenda delle intercettazioni osée che rivelerebbero scabrosi rapporti fra il premier Berlusconi e la ministra Carfagna e nello scandalo che sarebbe, forse, esploso se le intercettazioni fossero state rese pubbliche. Di fatto lo scandalo non c’è stato, l’affare si è lentamente sgonfiato, ma poiché le prove non sono state esposte non si può dire che i dubbi siano stati dissipati.

Mi sembra che, nonostante il dibattito sia stato abilmente dirottato sulla violazione della privacy del premier, questo sia il punto cruciale di tutta questa sordida storia perché se rilevante non è il comportamento privato, lo sono certamente  le sue conseguenze pubbliche, politiche.

La prima conseguenza riguarda l’uso di affidare importanti cariche istituzionali come premio a donne che si sono distinte per rapporti privilegiati o addirittura per favori sessuali nei confronti di uomini al potere. Questo malcostume, oltre a falsare il meccanismo della rappresentanza e a privare le donne e gli uomini veramente capaci di pari opportunità d’accesso alle istituzioni, mina anche la credibilità di tutte le donne che invece raggiungono i propri traguardi, più o meno grandi, in virtù del proprio talento. Le donne conoscono bene la fatica di competere con i colleghi uomini lottando contro pregiudizi presenti in ogni ambito lavorativo, accademico o istituzionale e di certo la vicenda finisce per rafforzare gli stereotipi che ostacolano il riconoscimento del talento femminile.

La seconda conseguenza è  che, nelle parole della giornalista Ida Dominijanni (Il Manifesto, 30 aprile 2009, “La favola del grande seduttore”) la libertà conquistata dalle donne nei decenni passati viene ridotta “a libertà di apparire in tv e di vendersi come gadget al circuito del potere”. Una conseguenza che incide quindi al livello dell’immaginario sociale: l’Italia vanta una tradizione femminista più ricca di quanto circoli nel senso comune e ancora viva nel pensiero e nelle azioni di molte donne e di alcuni uomini, che concepisce la libertà femminile al di là della posizione seconda o derivata dai valori maschili e correnti. Oggi il rischio è di tornare ancora a dipingere le donne come puri corpi funzionali al piacere di uomini di potere, che ne dispongono e possono concedere loro il successo come ricompensa. Questo effetto sull’immaginario non solo ha autorizzato gli uomini a usare spudoratamente termini come quello di “utilizzatore finale”, come se la donna fosse un servizio di cui si usufruisce, ma incide anche sulla rappresentazione che le donne, soprattutto le più giovani, hanno di loro stesse. Se sconvolge che la qualifica di femminista sia percepita come un insulto da tante giovanissime, che pure hanno ereditato la libertà di cui godono proprio da quelle lotte, preoccupa anche che si diffonda l’idea che la strada per giungere alla realizzazione professionale per una donna passi sempre più per l’esibizione e, in certi casi, la messa a disposizione del proprio corpo. Non sto cercando di demonizzare le veline, facendone un insulto, perché resta fondamentale prima di tutto la difesa della libertà di scelta femminile, ma io mi chiedo: quanta libertà rimane quando i modelli femminili, della moda, della televisione, dello spettacolo, e addirittura della politica, sono sempre più segnati dall’ossessione per il corpo, per il sesso e sempre meno valorizzano e premiano le capacità, l’intelligenza e il talento delle donne?

Infine una terza conseguenza: come conciliare l’intransigenza del governo Berlusconi durante il caso Englaro, la pronta reazione alle lamentele della chiesa contro l’introduzione in Italia della pillola abortiva RU486 e in generale l’atteggiamento di zelanti servitori della causa cattolica con le vicende sessuali del premier e con l’assoluta solidarietà dei suoi colleghi? Se la vita sessuale del presidente del consiglio è “questione privata” non dovrebbero essere materia di scelta personale anche questioni che riguardano la nostra vita, dal testamento biologico, all’aborto alle coppie di fatto? Sono questi i problemi particolarmente rilevanti per le donne, troppo spesso oggetto di discorsi e norme che ne limitano l’autodeterminazione, in nome di un’illimitata difesa della vita la cui compatibilità con uno stato laico sarebbe quanto meno da discutere, e che così rivelano un’oscura complicità con i discorsi sulle “libertà sessuali” degli uomini al potere. 
 

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Ven, 07/03/2009 - 11:40
Precarietà lavoro

E’ ormai fuori discussione che l’Italia sia un paese per vecchi, non solo per motivi demografici, ma piuttosto perché non agevola in alcun modo i giovani nell’accesso al lavoro e nel raggiungimento dell’indipendenza, perché privilegia l’anzianità di servizio rispetto al merito e alle competenze, perché manca un’adeguata rappresentanza politica per le giovani generazioni. Un paese statico, in cui il potenziale innovativo delle nuove generazioni è frenato da una gerontocrazia sempre più forte. Il tema è stato affrontato in una ricerca condotta dal CNEL e dal Forum nazionale giovani dal titolo Urg! Urge ricambio generazionale, che ha analizzato le difficoltà, le opportunità e la presenza dei giovani negli ambiti del mercato del lavoro, delle libere professioni, dell’università e della politica.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro i ricercatori hanno messo a confronto le condizioni occupazionali di diverse generazioni di lavoratori. Ne è emerso che fra i collaboratori uno su due ha meno di 35 anni e tuttavia il contratto di collaborazione non vale nella maggioranza dei casi come strumento provvisorio di accesso ad un impiego, destinato poi a convertirsi in un contratto stabile. A distanza di un anno solo un collaboratore su 10 ottiene infatti un contratto a tempo indeterminato, mentre il 73% si trova nella stessa condizione dell’anno precedente. Da questa situazione derivano le caratteristiche delle carriere dei giovani i quali intraprendono percorsi lunghi e frammentati, che rendono ancora più difficile il conseguimento di posizioni di rilievo: i giovani sono inevitabilmente esclusi dalle posizioni di vertice perché non lavorano in maniera continuativa, anzi passando da un impiego all’altro si trovano a ricominciare ogni volta dalla base della piramide, all’interno di un sistema che al contrario concede avanzamenti di carriera solo sulla base dell’anzianità di servizio. Non a caso negli ultimi 10 anni la percentuale di giovani in ruoli direttivi è scesa dal 9,7% al 6,9%.

Nelle università la situazione è ancora più drammatica, perché il ricambio generazionale, oltre che dal precariato, è ostacolato anche da sistemi poco trasparenti di reclutamento e dagli scarsi  investimenti nella ricerca, che alimentano anche la fuga dei cervelli all’estero. Su 61.929 docenti e ricercatori i giovani sotto i 35 anni costituiscono il 7,6% del totale, dei quali la maggioranza detiene la qualifica più bassa. L’età media dei docenti è di 51 anni, 59 se si considerano solo gli ordinari. L’invecchiamento del personale accademico è un fenomeno in via di peggioramento, anche a causa del ritardo nel cominciare la carriera accademica (solo il 3,4% di quanti ottengono il titolo di dottore di ricerca consegue il dottorato entro i 28 anni) e che poi si ripercuote in tutti i passaggi successivi, ma è dovuto soprattutto ai lunghi anni di precariato e sotto-occupazione.

Per quanto riguarda le professioni, la ricerca si è concentrata su quattro categorie: giornalisti, medici, avvocati e notai. Sono professioni caratterizzate da notevole impermeabilità e in cui spesso la selezione è falsata da criteri di appartenenza, ma sono anche le professioni maggiormente rappresentate in parlamento. Se per i giornalisti “stage, tirocini gratuiti e condizioni di estremo precariato o sotto-occupazione si susseguono senza soluzione di continuità fino a oltre 40 anni”, i medici di età inferiore ai 35 anni rappresentano solo il 12% del totale. La situazione cambia per gli avvocati, per i quali la difficoltà non consiste nell’accesso, ma nelle condizioni lavorative segnate dalla pressione dei grandi studi e dalla prevalenza di collaborazioni che di fatto si configurano come rapporti para-subordinati, tra l’altro poco formativi e scarsamente retribuiti. I notai rappresentano invece la professione elitaria per eccellenza e anche qui la soglia più bassa è data dai quarantenni. Contribuiscono l’ereditarietà della professione, la necessità di avere alle spalle una famiglia in grado di garantire almeno 10 anni di studio, il fatto che i notai vadano in pensione a 75 anni e l’estrema difficoltà del concorso.

Infine l’indagine relativa alla presenza delle nuove generazioni nel mondo della politica conferma che i giovani fra i 25 e i 35 anni sono la categoria maggiormente sottorappresentata con solo il 5,6% degli eletti, nonostante costituiscano il 18,7% della popolazione maggiorenne. Si tratta di un deficit democratico che non si riscontra per le generazioni successive, in cui il rapporto fra incidenza sulla popolazione e rappresentanza in parlamento è equilibrato, con una sovra rappresentanza per la fascia 56-60 anni.

Ci si attenderebbe che da un’esclusione così evidente e trasversale rispetto ai diversi luoghi del sapere, del lavoro e del potere derivasse un conflitto generazionale; secondo la ricerca invece tale minaccia è sotto controllo perché i genitori italiani, molto egoisti se chiamati a pensare ai giovani in quanto tali, si rivelano invece “tra i più generosi d’Europa quando è necessario dare un aiuto ai propri figli”. Insomma i genitori fungono da ammortizzatore sociale e danno ai giovani all’interno della famiglia ciò che tolgono loro nel mondo del lavoro e della politica. Se da una parte questa situazione neutralizza l’eventualità di uno scontro fra generazioni, dall’altra essa smorza anche l’urgenza di impegnarsi politicamente per minare questa geronotocrazia, la volontà di imporre il problema del ricambio generazionale all’opinione pubblica e alle istituzioni come questione politica collettiva e non più come difficoltà individuale che ciascuno cerca di affrontare solitariamente e con scarso successo.

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Mar, 06/23/2009 - 21:43
Società

Le elezioni del 12 giugno hanno cambiato profondamente Teheran. Gli oppositori del regime di Ahmadinejad non si nascondono più. I pasdaran e i basiji non fanno paura come una volta. Il movimento verde guidato da Mir Hossein Mousavì si è riversato nelle piazze e chiede a gran voce nuove elezioni, denunciando l’illegalità delle precedenti che hanno sorprendentemente confermato il presidente uscente Ahmadinejad con un ampio margine sugli avversari. L’affluenza alle urne è stata sorprendente. Più dell’80 per cento degli iraniani hanno scelto di esprimere democraticamente il proprio voto. E ora molti sono delusi.

In un paese in cui il 70 per cento della popolazione ha un’età inferiore ai 30 anni la protesta non poteva che avvalersi di quelle armi che solo i giovani sanno utilizzare: la tecnologia e il web. Neanche il regime è riuscito ad arginare la fuga di informazioni dai luoghi degli scontri. Ogni iraniano nel mondo sta svolgendo un ruolo importante: selezionare e amplificare le notizie, dare forza al network che consente di informare anche i media ordinari, sempre più costretti ad attingere notizie dalla rete.

Raccontare quello che sta succedendo nella capitale iraniana è un’impresa impossibile. Noi, seduti su una comoda poltrona, non possiamo immaginare ciò che i cittadini iraniani stanno vivendo sulla propria pelle. Per questo abbiamo deciso di dare voce a chi partecipa in prima persona alla sofferenza di un popolo intero. I ragazzi iraniani lontani dal loro paese sono molti, ma ognuno di loro, nel suo piccolo, sta aiutando la comunità internazionale a seguire quello che sta accadendo a Teheran. Nella speranza che possa esistere una via d’uscita alla situazione attuale e che il governo iraniano ascolti la voce del suo popolo, lasciamo parlare direttamente uno dei tanti ragazzi iraniani emigrati all’estero.

 
Sono Davood, ho 26 anni, sono nato a Teheran. Abito a Roma ormai da circa quattro anni. Sono un fotografo e lavoro in teatro come tecnico delle luci e del suono. Da quando vivo in Italia sono tornato una sola volta in Iran.

Durante questi anni ho mantenuto l'amicizia con molti dei miei amici iraniani, principalmente attraverso Facebook o altri social network, ad esempio Orkut e Twitter, e a volte ci siamo visti in alcuni viaggi fatti insieme. Adesso, dopo l'elezione, il rapporto che avevo con loro è cambiato: siamo molto più uniti e ci aggiorniamo costantemente sulle novità del paese. Proprio per questo motivo adesso sono in contatto anche con persone che non sentivo da molto e ho addirittura stabilito nuovi rapporti, anche con persone non iraniane.

Ho votato all'ambasciata dell'Iran a Roma. Per Mousavì. Nonostante non mi convincesse del tutto ho deciso di votare per lui. L’obiettivo era di evitare di far vincere chi non volevo alla guida del mio paese: Ahmadinejad.

Tutti noi credevamo che questa volta avremmo davvero potuto fare qualcosa: le inchieste mostravano che il popolo non appoggiava più Ahmadinejad. Abbiamo avuto una partecipazione alle elezioni mai vista prima: circa 40 milioni di persone sono andate a votare, più o meno l'85 per cento dei cittadini. Volevamo cambiare le cose.

Il conteggio dei voti è iniziato dopo la mezzanotte. Lo abbiamo seguito tutti. Sin dall'inizio, stranamente, Ahmadinejad aveva il 65 per cento delle preferenze. Sembrava uno scherzo. Eravamo certi che il risultato sarebbe cambiato col passare delle ore. Non è andata così e Ahmadinejad ha vinto con il 63 per cento, contro il 34 di Mousavì. Ci siamo sentiti traditi: hanno rubato i nostri voti. Siamo scesi in strada perché crediamo che il conteggio finale non è un riflesso del nostro volere. Vogliamo nuove elezioni. È difficile prevedere cosa succederà ma non credo che la gente tornerà presto a casa: vogliamo avere il diritto di parola che la democrazia ci garantisce. Mousavì, come primo uomo dell'opposizione, è diventato il leader delle proteste. Chiede a gran voce di tornare a votare ma il governo, specialmente dopo il discorso di Khamenei, non è disposto ad ascoltare ed è sempre più violento.

Noi iraniani non vogliamo più un dittatore: sono queste le parole che risuonano nelle strade di Teheran. Il governo ormai deve dimettersi perché non smetteremo di chiedere quello che crediamo sia un nostro diritto.

Gli iraniani emigrati come me stanno informando sia i cittadini iraniani, vittime della censura governativa, sia la comunità internazionale. Utilizziamo i social network (specialmente Facebook e Twitter) e i blog per cercare di evitare la censura che lo stato sta mettendo in atto. Per evitare il filtraggio sono costretto a creare ogni giorno un nuovo blog, comunicando via mail ai miei contatti il nuovo indirizzo. Passiamo giorno e notte davanti al computer per raccogliere e diffondere nuove notizie. Abbiamo anche organizzato diverse manifestazioni fuori l'Iran, davanti ad ambasciate o nelle piazze. Crediamo che i governi esteri debbano darci ascolto, non accettando Ahmadinejad come presidente dell’Iran. Personalmente tornerei in Iran solo se diventasse un paese democratico, con libertà di parola e di espressione, con una parità tra sessi, senza censura e con un libero mercato. Per adesso preferisco vivere viaggiando e fotografando il mondo.”

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Mar, 06/09/2009 - 17:08
Crisi economica, Precarietà lavoro, Economia Italiana

Leggo l’ultimo libro di Federico Rampini, Le dieci cose che non saranno più le stesse, in cui l’autore si interroga sulle cause della crisi economica e sulle possibilità che si aprono per il futuro. Fra le questioni sollevate quella del lavoro occupa un ruolo centrale e in particolare Rampini legge come un segnale preoccupante il fatto che ovunque i giovani siano i più colpiti dalla crisi. I giovani in quanto ultimi arrivati sono infatti più facilmente licenziabili, non tanto per questioni di umana preoccupazione per quanti invece hanno famiglia a carico, ma perché hanno in genere contratti a breve termine e perché si è investito poco nella loro formazione. Di conseguenza questa è la prima crisi in Europa a colpire un numero così alto di lavoratori precari non protetti da ammortizzatori sociali.

In America la situazione è diversa dice Rampini, il concetto di posto stabile non è molto diffuso, alla perdita del lavoro si reagisce ritornando a investire sulla formazione, perché alla fine della burrasca nuove aziende nasceranno e allora si potrà conquistare più facilmente un nuovo impiego. Eppure queste certezze cominciano a vacillare, perché oggi non è prevedibile se l’uscita dalla crisi ci consegnerà una situazione di crescita tale da rimettere in moto l’occupazione. Il post-crisi preoccupa ancora di più in un’Italia caratterizzata anche nei periodi buoni da crescita stagnante, scarso investimento nella formazione e assoluta mancanza di regole nell’applicazione dei contratti atipici. Tra l’altro Rampini sottolinea come in Italia la scarsa occupazione delle nuove generazioni ponga anche un problema di tenuta del sistema pensionistico: se la generazione nata fra il 1945 e il 1965 sta garantendo con i propri contributi l’attuale esercito dei pensionati, non è altrettanto certo che le generazioni successive siano in grado di assicurare le pensioni future.

Il teorema della flessibilità ad ogni costo, dei salari come dei contratti, per anni propugnato come principio fondamentale per creare crescita economica, si rivela improvvisamente discutibile, soprattutto nel corso di una crisi di queste dimensioni. Anche se la reazione automatica per un’azienda che veda ridursi le esportazioni e i profitti è quella di ridurre il personale, sarebbero al contrario le rigidità nei salari, nei prezzi e nei contratti di lavoro a rallentare il diffondersi della deflazione: se i lavoratori conservano il posto di lavoro o godono di ammortizzatori sociali sono in grado di continuare a consumare e quindi di frenare il crollo dell’attività industriale e dei prezzi. E’ in questo senso che la politica deve intervenire, aiutando le imprese a cercare soluzioni alternative ai licenziamenti in massa e garantendo sostegno a chi non è protetto dal proprio contratto.

Condannare la flessibilità del lavoro incontra in Italia una serie di ostacoli, soprattutto perché ovunque si ripete che qui l’eccesso di rigidità ha prodotto un apparato burocratico costoso, inefficiente e parassitario. E tuttavia la soluzione non può essere il precariato: non è con l’insicurezza e la mancanza di garanzie che si genera motivazione e produttività. Tra l’inamovibilità e la precarietà cronica deve esistere qualche altra soluzione, fra gli estremi di quanti hanno una sorta di diritto di proprietà sul proprio impiego indipendentemente dai risultati e quanti nonostante la volontà e il talento sono perennemente in bilico ai margini del mercato del lavoro deve essere possibile “un diritto al lavoro come politica attiva di investimento pubblico negli esseri umani, nella centralità dell’individuo”.

Purtroppo rispetto alla ricerca di soluzioni che si facciano carico dei costi sociali della crisi sulle fasce più vulnerabili della popolazione e che “approfittino della crisi” per costruire su basi più solide la crescita futura è facile immaginare che gli Stati cedano a facili automatismi, consegnandoci uno scenario di crescita stagnante, di aumento del debito pubblico, di disoccupazione e potenzialmente di inflazione. E’ necessario invece non scegliere facili scorciatoie e cominciare a ripensare modi per conciliare l’economia di mercato con il bene comune, per  lavorare alla costruzione di un’economia che riducendo le disuguaglianze sociali consenta una crescita dei consumi sana, “basata su un potere d’acquisto meglio diffuso, anziché sull’economia del debito”.

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Gio, 06/04/2009 - 12:58
Società

La passione per la politica e il desiderio di discutere le condizioni dei giovani, anche per prospettare delle alternative, sono al centro di questo blog.
Mossa da questo desiderio, scrivo a partire dalla mia posizione specifica, da una serie di collocazioni che non sono indifferenti rispetto ai contenuti del discorso.  
Mi presento. Nickname: Hannaharendt. Scelta non casuale. H.A. è la pensatrice dei totalitarismi e dell‘Olocausto, ma è anche colei che ha indicato le condizioni essenziali per la vita umana: il pensiero e l’agire politico. Senza pensiero si cede all’obbedienza cieca, all’ignoranza e agli stereotipi, alla paura e alla mistificazione. Agire politico perché è l’azione comune a farci entrare a pieno titolo nel mondo umano.
Sono una donna: perché non è uguale ad essere uomo; si può stare in tutti gli ambiti con la propria differenza purché consapevoli che si tratta di un valore.
Venticinquenne: laureata, mi trovo in una fase della vita in cui 20 anni fa si aveva già un impiego, spesso una casa e si progettava un futuro; oggi si vive invece nell’incertezza.
Meridionale: fuori sede, in affitto, doppia appartenenza e una particolare preoccupazione per la “questione meridionale” che è sempre lì.
Filosofa: da qui la convinzione che il lavoro del pensiero non si delega ad altri e che bisogna vigilare sul proprio presente se non si vuole scoprire che la situazione è ormai troppo grave.
Ex addetta alla ricerca e selezione del personale e così ho capito l'abuso di certi meccanismi come il contratto di stage o a progetto ad esempio.
Insegnante precaria, perché i tagli della riforma Gelmini hanno cancellato le possibilità residue di entrare stabilmente nel mondo della scuola.
Appassionata di politica perché le opportunità offerte alle giovani generazioni sono una questione prioritaria.
 

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