Il punto sull'economia

Mer, 02/17/2010 - 23:18
Formazione - Studi

Il Ministero dell’Università ha pubblicato i dati provvisori relativi alle immatricolazioni per l’anno accademico 2009/2010: i neo iscritti sono 304 mila e 600, il 2,3% in meno rispetto all’anno accademico 2008/2009, che a sua volta registrava un’analoga riduzione per un calo complessivo del 5 per cento in un biennio.

I dati testimoniano anche una forte disomogeneità a livello territoriale, con le università del Nord che registrano una perdita media di circa 2 punti percentuali e quelle del Sud che subiscono una riduzione ben più drastica con 7 punti percentuali in meno. Un esempio: l’Università di Bologna segna un incremento del 9,23% nell’anno accademico corrente, mentre l’Università di Palermo ha perso oltre 25 punti percentuali.

Sicuramente questo fenomeno è legato in parte alla difficoltà per le famiglie nel sostenere i costi delle tasse universitarie, soprattutto dopo gli aumenti degli ultimi anni; influisce poi la sensazione che investire in formazione troppo spesso non paghi, perché è raro ottenere un lavoro in linea con le proprie aspirazioni e con la propria formazione, ma anche in termini di aspettative economiche e di stabilità contrattuale.

Tuttavia questi elementi credo spieghino soprattutto la tendenza generale alla rinuncia al proseguimento degli studi, mentre il forte divario tra gli iscritti al Nord e al Sud sembra richiedere un’altra possibile interpretazione.

Il numero di neo universitari al Nord aumenta perché i redditi sono mediamente più alti e perché la situazione di maggior benessere incoraggia certamente ad impegnarsi in un percorso di formazione superiore, ma aumenta anche perché vi è una percentuale significativa di studenti fuori sede provenienti dalle aree meridionali, consapevoli che il sistema produttivo delle regioni di origine è troppo debole per accoglierli, che probabilmente dovranno comunque emigrare una volta terminati gli studi e quindi decisi a prepararsi la strada studiando ed integrandosi dove avranno più opportunità di inserirsi nel mercato del lavoro.

Già i dati del rapporto Svimez 2009 confermavano questa ipotesi: secondo il rapporto tra il 1997 e il 2008 circa 700 mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno ed è “la carenza di domanda di figure professionali di livello medio-alto a costituire la principale spinta all’emigrazione”. Il rapporto testimoniava tra l’altro un aumento dei giovani che si trasferiscono al Centro-nord dopo il diploma per proseguire gli studi e che poi non ritornano nei paesi di origine ed una diminuzione dei laureati negli atenei meridionali in partenza in cerca di lavoro.

Le conseguenze di questa situazione sono facili da prevedere, in parte sono anzi già  visibili: declino demografico e perdita di giovani, spesso di quelle eccellenze, che potrebbero valorizzare il sistema, riducono le prospettive per quanti restano e spingono altri all’emigrazione, innescando un circolo vizioso in cui quanto più la popolazione invecchia, la spesa sociale aumenta e ristagnano i consumi, tanto più la domanda interna si comprime e il sistema produttivo espelle ulteriori lavoratori, che emigrano e si stabiliscono altrove e così via.

Se non si ripartirà  da qui,  dalla costruzione delle condizioni per cui le persone possano scegliere di vivere dove sono nati, non ci saranno prospettive di sviluppo per le regioni meridionali, ma si rallenterà ulteriormente la crescita dell’intero paese.

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Gio, 01/14/2010 - 10:11
Economia Italiana

L'ultimo rapporto del Worldwatch Institute, State of the world 2010, affronta quest'anno il tema dei consumi e del loro drammatico impatto sull'ecosistema e sulla vita delle persone.

I dati riportati sono impressionanti: i consumi sono cresciuti del 28% rispetto al 1996 e sestuplicati rispetto al 1960, cifre che non possono essere ricondotte all'aumento della popolazione, dal momento che questa è cresciuta solo del 2.2% fra il 1960 e il 2006, mentre la spesa pro capite è quasi triplicata. 

Per quanto riguarda lo sfruttamento delle risorse, l'uso delle risorse globali è cresciuto del 50% negli ultimi 3 decenni e in particolare tra il 1950 e il 2005 la produzione di metalli è cresciuta di 6 volte, il consumo di petrolio di 8 volte e quello di gas naturale di 14 volte. In totale, 60 miliardi di tonnellate di risorse vengono estratte annualmente, circa il 50% in più di trenta anni fa.

Praticamente il mondo estrae l'equivalente di 12 Empire State Building dalla terra ogni giorno. L'Ecological Footprint Indicator, che confronta l'impatto ecologico dell'umanità con la quantità di terra produttiva e di mare disponibili mostra che l'umanità usa attualmente le risorse di una terra e un terzo, stiamo quindi utilizzando circa un  terzo in più della capacità della terra disponibile.

Dopo essere rimasta a livelli stabili per mille anni a circa 280 ppm (parti per milione), la concentrazione atmosferica di diossido di carbonio è ora di 385 ppm, a causa di una popolazione in crescita che consuma sempre più combustibili fossili, mangia più carne e converte ulteriori territori coltivabili in aree urbane.

Tuttavia il cambiamento climatico è solo uno dei molti sintomi degli eccessivi livelli di consumo. L'inquinamento atmosferico, la perdita di circa 7 milioni di ettari di foresta ogni anno, l'erosione del suolo, la produzione annuale di oltre 100 milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi, l'obesità, i disturbi legati allo stress, sono secondo il rapporto problemi da non trattare separatamente, perché hanno una radice comune nelle abitudini di consumo. Secondo uno studio dell'ecologista di Princeton Stephen Pacala i 500 milioni di individui più ricchi del mondo, circa il 7% della popolazione mondiale, sono responsabili del 50% delle emissioni mondiali di diossido di carbonio, mentre i 3 miliardi più poveri vi contribuiscono solo per il 6%.

Il rapporto rileva come l'impatto della crisi economica stia spingendo molti a ripensare alle conseguenze degli attuali livelli di consumo, che si accompagnano a debiti, stress e problemi di salute, ad esempio acquistando automobili più piccole e trasferendosi in abitazioni meno grandi.

Se il cambiamento di una cultura forte quanto quella del consumismo può sembrare impossibile, non mancano esempi di pionieri culturali che si impegnano a diffondere una nuova cultura basata sul rispetto del mondo naturale e sulla volontà di assicurare alle future generazioni la possibilità di vivere come e meglio di quella attuale.

Un esempio di cultura della sostenibilità è dato dalle iniziative volte ad utilizzare cibi biologici locali nelle mense scolastiche, una sfida importante dal momento che le abitudini mentali dei giovani non sono ancora formate e quindi essi potrebbero essere educati ad una diversa cultura del cibo. 

Negli Stati Uniti acquistare il cibo da agricoltori locali è uno dei marchi del movimento Farm-to-School,  che sta aiutando le scuole a riconnettersi con i produttori locali di alimenti. Finora oltre mille scuole in 38 stati hanno scelto di acquistare prodotti freschi dalle fattorie locali. Questo obiettivo costituisce una priorità anche in molti paesi in via di sviluppo, in cui il World Food Programme mira a sostituire il cibo importato con quello locale. Lo scopo principale di questa rivoluzionaria iniziativa, che sta avendo successo soprattutto in Brasile e Ghana, è quello di creare mercati per i produttori locali attraverso la promozione della salute e dell'educazione dei bambini coinvolti.

Secondo il rapporto in Europa due paesi possono essere considerati pionieri della rivoluzione del cibo scolastico: la Scozia e l'Italia. Roma risulta essere particolarmente all'avanguardia in questo campo: il 67,5% del cibo servito nelle scuole delle città è organico, il 44% viene da catene specializzate in prodotti biologici, il 26% è di provenienza locale, il 14% è certificato come “equo e solidale”, il 2% proviene da cooperative che impiegano ex carcerati o che lavorano su terre confiscate alla mafia.

Un altro interessante modello di sviluppo sostenibile relativo all'Italia riguarda la città di Lecco, dove dal 2003 ogni giorno 450 alunni delle scuole elementari si recano a scuola a piedi accompagnati da volontari e genitori, evitando circa 160 chilometri di spostamenti con veicoli a motore e consentendo ai bambini di praticare esercizio fisico.

Secondo l'analisi di James Davison Hunter i cambiamenti culturali generalmente sono guidati da reti di individui piuttosto che da grandi personaggi, in particolare essi sono resi possibili dalla sovrapposizione di reti associative di orientamento analogo e dotate di risorse complementari che agiscono per un fine comune, diffondendo idee, abitudini e nuovi paradigmi culturali. Naturalmente, poiché la cultura è in gran parte guidata dalle grandi istituzioni, il successo delle reti dipenderà dalla capacità di mettere l'idea di sostenibilità al centro dei discorsi di queste istituzioni, che possono giocare un ruolo significativo nel diffonderla e nell'incentivarne l'applicazione.

La storia del documentario The Age of Stupid illustra le potenzialità delle reti spontanee. I realizzatori del film sono riusciti a finanziare il progetto raccogliendo fondi da individui e gruppi interessati al tema del cambiamento climatico ed hanno organizzato 600 spettacoli in oltre 60 paesi grazie allo sforzo di promozione del film da parte di una rete di volontari anziché attraverso i canali di distribuzione tradizionali. A quel punto hanno approfittato del successo del film per lanciare una campagna sul cambiamento climatico, 10:10, che incoraggia le persone ad impegnarsi per ridurre le emissioni di carbonio del 10% nel 2010. Da ottobre del 2009, circa 900 imprese, 220 scuole, 330 organizzazioni e 21.000 individui hanno aderito all'impegno. 
 

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Mer, 11/04/2009 - 17:06
Società

Gli stranieri residenti in Italia hanno raggiunto alla fine del 2008 quota 3.891.295, ma sono 4.330.000 se si includono anche le presenze regolarinon ancora registrate in anagrafe e superano i 4 milioni e mezzo aggiungendo i quasi 300.000 della recente regolarizzazione. Questa la dimensione del fenomeno fotografato dal XIX rapporto sull'immigrazione realizzato dalla Caritas e presentato il 28 ottobre scorso a Roma.
Secondo i dati del rapporto quindi l'Italia ha superato nel 2008 la media europea e si avvicina ai livelli della Spagna, che conta oltre 5 milioni di presenze straniere, e della Germania, che ha raggiunto circa 7 milioni di presenze. Bisogna considerare tuttavia che nei paesi che hanno una tradizione migratoria meno recente, come la Francia e la stessa Germania, le presenze straniere sono di gran lunghe superate dai cittadini nazionali di origine immigrata, dal momento che la normativa consente un accesso più agevole alla cittadinanza. Emblematico è il caso della Germania dove i cittadini stranieri sono scesi a circa l’8%, mentre quelli con un passato migratorio raggiungono ben il 18%.
In Italia gli stranieri incidono sul totale della popolazione rispettivamente del 6,5% se si considerano i soli residenti e del 7,2% se si considerano tutte le presenze regolari. Il dato è tuttavia ancora più significativo se guardiamo ai minori e ai giovani, dal momento che i giovani stranieri hanno un'incidenza del 10% sulla popolazione fino a 39 anni. Dal rapporto risulta inoltre che oltre il 62% degli stranieri vive nelle regioni del Nord, mentre l'origine è prevalentemente europea (53,6% di cui più della metà da Paesi comunitari). In particolare le comunità più cospicue sono quella romena (800.000 presenze), albanese (440.000), marocchina (400.000) e cinese (170.000).
Secondo il rapporto l'incremento della popolazione straniera è riconducibile a due ordini di ragioni: la prima riguarda l'evoluzione demografica, la seconda la domanda di occupazione del Paese, mentre l'influenza degli sbarchi sarebbe pari a meno dell'1% della presenza regolare. Il dossier evidenzia tuttavia che “il contrasto dei flussi irregolari ha monopolizzato l’attenzione dell’opinione pubblica e le decisioni politiche e si registra una crescente confusione tra immigrati “clandestini”, irregolari, richiedenti asilo e persone aventi diritto alla protezione umanitaria”.
Il dato relativo a minori e giovani segnala invece come la questione dell'immigrazione debba essere affrontata piuttosto promuovendo l'integrazione e la convivenza fra le diverse culture.
Consideriamo infatti che il 22% della popolazione straniera è costituito da minori(862.453), un dato sensibilmente superiore a quello relativo alla popolazione italiana, sulla quale l'incidenza dei minori è pari al 16,7%. “Tra nati in Italia e ricongiunti, il 2008 è stato l’anno in cui i minori, per la prima volta, sono aumentati di oltre 100 mila unità”.
E’ evidente che i nuovi nati costituiscono una risorsa importante per la situazione demografica italiana; a questo si aggiunge il fatto che l'età media degli stranieri è di 31 anni contro i 43 degli italiani.
Sono tutti fattori che oltre a rispondere al problema dell’invecchiamento della popolazione creano anche le condizioni per costruire nel tempo una società multiculturale basata sull’integrazione, non su una tolleranza più o meno instabile, troppo spesso interrotta da episodi di razzismo e per lo più accompagnata da sfruttamento sul lavoro e diffidenza all’interno della società, ma di una reale apertura e partecipazione. E’ tuttavia una situazione che si dovrebbe gestire sin da ora nella prospettiva di un futuro prossimo in cui la popolazione di origine straniera sarà ancor più parte integrante del tessuto sociale, culturale e produttivo del paese. Bisognerebbe cioè cominciare a creare le condizioni perché i giovani che nascono e crescono in Italia possano formarsi, lavorare ed entrare a pieno titolo nella società italiana.
I minori stranieri che frequentano le scuole italiane sono per il 37% nati in Italia, non hanno quindi difficoltà linguistiche e si sentono cittadini italiani a tutti gli effetti. I percorsi scolastici degli stranieri sono tuttavia spesso discontinui e la presenza degli stranieri nelle università è ancora molto ridotta, segnalando come sia necessario lavorare per promuovere l'accesso dei giovani stranieri a livelli superiori di istruzione così da acquisire un’adeguata formazione culturale e competenze spendibili nel mercato del lavoro.
I lavoratori stranieri d'altra parte sono già quasi un decimo degli occupati e contribuiscono in modo rilevante alla produzione di ricchezza dell'Italia. Secondo il rapporto i lavoratori stranieri presentano un tasso di attività superiore di 11 punti rispetto alla media e sono fortemente motivati, nonostante siano maggiormente esposti a rischi di infortunio sul lavoro, poco gratificati dalle mansioni e dalle retribuzioni, che destinano per lo più ai familiari rimasti nei paesi di provenienza, e spesso sottoposti ad atteggiamenti di diffidenza e ostilità.
Il rapporto sottolinea inoltre come il contributo dato dagli immigrati all'economia italiana sia visibile anche in termini di versamenti contributivi e tasse. I versamenti contributivi versati all'Inps ammontano a 7 miliardi di euro, dei quali oltre 2,4 miliardi pagati direttamente dai lavoratori stranieri e il resto dai datori di lavoro; la stima del gettito fiscale è invece di oltre 3,2 miliardi di euro, per un totale di 5,6 miliardi di euro. Se confrontato con la stima realizzata dalla Banca d'Italia sulla spesa sociale sostenuta dallo Stato a vantaggio degli stranieri, che è pari al 2,5% del totale, risulta che essi utilizzano la metà del gettito fiscale che assicurano.
Un ulteriore aspetto indagato dal rapporto è relativo al tema della criminalità, tema che viene interrogato per verificare una consolidata tendenza che fa coincidere la figura dello straniero con quella del criminale. Dall'indagine risulta tuttavia che l'aumento della criminalità non è imputabile all'aumento della popolazione straniera; nel periodo 2001-2005 infatti l’aumento degli stranieri residenti è stato del 101% mentre l’aumento delle denunce presentate contro stranieri è stato pari al 46%. Allo stesso modo  il tasso di criminalità degli stranieri risulta analogo a quello degli italiani.
“I dati del Dossier 2009 sottolineano che gli stranieri non sono persone dal tasso di delinquenza più alto, non stanno dando luogo a una invasione di carattere religioso, non consumano risorse pubbliche più di quanto versino con tasse e contributi, non sono disaffezionati al Paese che li ha accolti e, al contrario, sono un efficace ammortizzatore demografico e occupazionale”.
Il rapporto evidenzia insomma come la presenza degli immigrati in Italia abbia una serie di effetti positivi perché risponde ad esigenze specifiche del Paese che ne giustificano l'aumento. Si tratta cioè di una risorsa che tuttavia troppo spesso non viene riconosciuta, vissuta con apprensione dai cittadini per paura della diversità culturale o della maggiore competizione che essi introdurrebbero nel mercato del lavoro, strumentalizzata da una parte del mondo politico per motivi elettorali o comunque affrontata in maniera disorganica, nell'assenza di una visione d'insieme o di un progetto di lungo termine per un fenomeno che costituirà certamente una costante nello scenario del nostro paese.

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Lun, 10/19/2009 - 14:27
Economia Italiana

Nei giorni scorsi sono state riviste al rialzo le previsioni sui principali indicatori economici dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Si inizia ad intravedere qualche segnale positivo e lo stesso Blanchard (capo economista del FMI) ha dichiarato che “la ripresa è iniziata ma sarà lenta”.
L’ottimismo (ingiustificato) profuso da Berlusconi e da Tremonti nel nostro Paese da mesi fa sembrare questa affermazione solo una ripetizione ed alla luce delle passate dichiarazioni sull’uscita dalla crisi sarebbe legittimo temere che non venisse posta sufficiente attenzione sulla lentezza della ripresa.
Veniamo prima alle buone notizie. Il PIL mondiale, a fronte di un calo dell’1,1% nel 2009 (+0,3% rispetto alle previsioni di luglio), nel 2010 si attesterà sul +3,1% (+0,6 rispetto a luglio); il PIL USA, dopo una diminuzione del 3,4% nell’anno in corso, tornerà a crescere (+1,3%) nel 2010; la stessa grandezza per l’Area dell’Euro farà segnare quest’anno un -4,2% mentre salirà a +0,3% nel 2010; e, l’Italia rimane fanalino di coda, si stima che nel 2010 il PIL italiano crescerà meno della media europea, passerà dal -5,1% del 2001 al +0,2% del prossimo anno.
Ed ora i dati più preoccupanti: la disoccupazione aumenterà ovunque per il prossimo anno e mezzo. Negli USA salirà dal 9,3% del 2009 al 10,1% del 2010; nell’Area dell’Euro crescerà, dal 9,9% dell’anno in corso, crescerà all’11,7% nel prossimo anno; in Italia il tasso di disoccupazione salirà dal 9,1% del 2009 al 10,5 nel 2010.
Inoltre, il Fondo Monetario da un lato pone l’accento sulle limitazioni nell’accesso al credito e sulla debolezza della domanda privata e dall’altro evidenzia la necessità di regolamentare e continuare a sostenere l’economia con i piani anti-crisi.
Quest’ultima affermazione merita una riflessione per il caso italiano. Quali sono i risultati del piano anti-crisi posto in essere nel nostro Paese?
In altri termini, oltre a non aver rilanciato l’edilizia con il piano casa, ad aver agevolato l’evasione con lo scudo fiscale e ad aver immesso nel sistema finanziario uno strumento, i Tremonti bond, praticamente inutilizzato dalle banche, che risultati ha ottenuto l’attuale governo?
In primo luogo, un aumento del debito pubblico che nel 2009 si attesterà al 115,8% e nel 2010 salirà al 120%. In secondo luogo, si è avuta una ulteriore perdita di competitività in termini di reddito pro-capite nei confronti della Grecia (il Pil pro-capite della Grecia è di 30,6 mila dollari a fronte dei 29,1 per l’Italia) nel 2009 e, secondi i dati FMI, nel 2010 anche nei confronti della Slovenia (30,6 mila dollari per la Slovenia e 29,2 per l’Italia).
Il quadro diviene completo se si conclude ricordando i problemi strutturali del nostro Paese che vanno a sommarsi agli effetti della crisi: l’insufficiente grado di liberalizzazione, la perdita di competitività dei prodotti italiani sui mercati internazionali, la scarsa propensione all’innovazione e il divario sempre più ampio tra Nord e Sud.
Tra tutte, comunque, la criticità maggiore è che al continuo ricorso a soluzioni di breve termine con un impatto evidentemente ridotto sull’economia nazionale si affianchi la totale mancanza di un piano di lungo periodo che miri a rivalutare le potenzialità del nostro Paese salvaguardando il benessere dei cittadini.

 

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Ven, 09/25/2009 - 15:20
Economia Italiana, Società

Il lavoro e il welfare delle donne. Temi spesso al centro dello scontro politico, ma difficilmente affrontati fuori dalla retorica e dalle frasi di circostanza.

E’ successo anche in occasione del recente dibattito parlamentare per l’approvazione della norma proposta dal governo che ha elevato,  nel solo pubblico impiego,  l’età pensionabile delle donne da 60 a 65 anni. In questa circostanza credo che, ancora una volta, il centrosinistra si sia lasciato sfuggire una vera sfida riformista e di questo vorrei confrontarmi con voi.

L’iniziativa del governo prendeva a pretesto una procedura di infrazione aperta dall’Unione Europea all’Italia per il differente trattamento pensionistico tra uomini (che vanno in pensione a 65 anni) e donne (che vanno in pensione a 60 anni) e chiedeva all’Italia di uniformare la normativa. Dico che è stato un pretesto, perché il governo aveva bisogno di rastrellare quattrini e non gli è parso vero di avere una scusa per mettere le mani sulle pensioni delle donne, e fare cassa. Mentre, invece, le procedure di infrazione che non gli fanno comodo (vedi Rete 4) restano nel cassetto per lustri.

Ora che la breccia è aperta, credo non ci vorrà molto perché dal pubblico impiego si passi ai 65 anni anche nel settore privato e se, a farlo, sarà questo governo, ancora una volta farà soltanto cassa a spese delle donne.

La sinistra riformista, a mio avviso, avrebbe dovuto accettare la sfida dell’equiparazione della pensione a 65 anni per tutti, sia nel pubblico che nel privato, ma avrebbe al contempo dovuto affermare con forza che quei soldi risparmiati sono e devono restare delle donne.

Oggi in Italia l’occupazione femminile supera di poco il 40%, ed è quasi del 20% inferiore alla media dei paesi europei più progrediti. Non solo, gli stipendi delle donne  sono in media del 20-25% inferiori a quelli degli uomini nel settore privato. E questo è dovuto soprattutto al fatto che lo stato scarica sui privati (donne e imprese) il costo sociale della maternità e del ruolo che la donna svolge all’interno della famiglia.  Per cui è evidente che all’impresa il lavoro femminile “conviene” di meno.

La pensione a 60 anni remunera la donna di tutti questi svantaggi, ma forse non lo fa nel modo più giusto.

Innanzitutto perché non è uno strumento “inclusivo” di equità sociale: se ne avvantaggia cioè soltanto quel 40% di donne che lavora, non serve a portare più donne nel mondo del lavoro. Inoltre interviene a posteriori, non nella fase della vita in cui una donna spesso cumula sulle sue spalle il triplice ruolo di lavoratrice, madre e di conduzione della famiglia.

Con i risparmi derivanti dall’innalzamento dell’età pensionabile è invece ancora possibile istituire, sul modello di paesi come Germania, Francia  e paesi del Nord uno stato sociale che accompagni la famiglia nella fase della maternità.

Penso ad una rete di asili nido davvero capillare (oggi coprono solo il 10% della domanda) che facciano orari sovrapponibili a quelli di lavoro.

Penso a contributi statali per costruire asili nido aziendali  nelle medie e grandi aziende

Penso ad un ampliamento del tempo di congedo per maternità.

Penso all’ipotesi di potersi avvalere (obbligatoriamente per il datore di lavoro) del part – time nel primo anno di vita del bambino prevedendo agevolazioni contributive per l’azienda.

Penso ad un assegno integrativo del reddito familiare, per uno o due anni, per quel coniuge che decide di abbandonare temporaneamente il lavoro per seguire un neonato, prevedendo altresì agevolazioni per le aziende che poi riassumono il coniuge che rientra nel mercato del lavoro.

Sono tutte misure che avrebbero effetti straordinari sia sulle famiglie sia sull’economia del paese. Porterebbero molte più donne a lavorare (e si tratta di donne che spesso hanno un alto titolo di studio e potrebbero  ricoprire alti profili professionali), nascerebbero più figli, risollevando una curva demografica che nel nostro paese è miseramente piatta. Creerebbero più crescita e più occupazione. Tenderebbero a ridurre le differenze salariali tra uomo e donna.

Si tratterebbe insomma non solo, come oggi, di riconoscere un vantaggio a quella minoranza di donne che ha lavorato, ma di creare un vero e proprio investimento sociale a vantaggio di tutte le donne e della società italiana nel suo complesso.

On. Massimo Donadi
da www.massimodonadi.it

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Gio, 09/10/2009 - 01:11
Economia Italiana

La pubblicazione del The Global Competitiveness Report 2009-2010 del World Economic Forum consente di analizzare la posizione dell'Italia nel contesto internazionale relativamente al livello di competitività raggiunto. L'indice calcolato dal WEF è costruito mediante l'utilizzo di 3 sotto-indici (Basic requirements, Efficiency enhancers, Innovation and sophistication factors) a loro volta composti da diversi “pilastri” che dovrebbero rappresentare gli aspetti fondamentali che incidono sulla competitività e sulle opportunità di investimento in un paese. Al primo posto della classifica troviamo la Svizzera, che guadagna una posizione rispetto all'anno precedente a scapito degli Stati Uniti, che precedono Singapore.

L'Italia è solo al 48esimo posto (era 49esima lo scorso anno), preceduta, tra gli altri, da Tunisia (40), Oman (41), Barbados (44) e ben lontana dalle altre economie europee come Germania (7), Regno Unito (13), Francia (16) e dal blocco dei paesi scandinavi (Svezia, Danimarca, Finlandia e Norvegia sono rispettivamente al quarto, quinto, sesto e sedicesimo posto).

 

La performance negativa del nostro paese è dovuta a diversi fattori:

 

  • Mercato del lavoro: alcuni dei punti deboli del sistema italiano sono la poca flessibilità nella determinazione dei salari, la complessità delle pratiche di assunzione e licenziamento e il leggero legame tra salari e produttività; in questi tre aspetti il nostro paese non supera mai la 124esima posizione (lo ricordiamo, su 133 paesi considerati). Problematico anche il basso tasso di partecipazione femminile alla forza lavoro (90esima posizione) e la scarsa fiducia nei manager e nei dirigenti (120esima posizione).

     

  • Istituzioni: l'aspetto forse più preoccupante riguarda lo stato delle istituzioni. La classifica è impietosa: l'Italia si trova oltre la 120esima posizione per quanto riguarda l'inefficienza della spesa pubblica e del sistema legale; corruzione, presenza di criminalità organizzata e mancanza di indipendenza del sistema giudiziario riducono la sicurezza degli investitori, scoraggiando l'avvio di nuove attività. Inoltre, come era facilmente prevedibile, la fiducia nella classe politica è particolarmente bassa (107esima posizione).

     

  • Stabilità macroeconomica: voto positivo solamente per quanto riguarda l'inflazione (15esimo posto); la situazione è invece critica se si guarda al deficit pubblico (85esimo posto) ma soprattutto al peso del debito, che rende l'Italia uno dei paesi più in difficoltà (128esima posizione, meglio solo di Giappone, Zimbabwe, Jamaica e Burundi).

     

  • Infrastrutture: il punteggio relativo alla qualità di strade, porti e trasporto aereo non permette al nostro paese di superare la metà classifica della qualità generale delle infrastrutture, ottenendo la 72esima posizione. Solo il settore ferroviario sembra salvarsi, così come la qualità delle linee telefoniche e della fornitura elettrica.

     

  • Mercato del credito: la stretta del credito che ha colpito anche l'Italia è sottolineata dalla difficoltà di accesso ai prestiti (118esimo posto). Altri due problemi sono la bassa disponibilità di venture capital e le notevoli restrizioni ai movimenti di capitali.

     

  • Istruzione: anche se le iscrizioni alla scuola primaria, secondaria e terziaria sono positive, rimane decisamente bassa la qualità del sistema nel suo complesso (85esimo posto); si segnalano lacune nelle materie matematiche e scientifiche e poca diffusione del web all'interno delle scuole.

 

Gli aspetti che risollevano il nostro paese sono: la salute, grazie all'elevata speranza di vita e alla bassa mortalità infantile; la grandezza del mercato, sia interno (nona posizione) che estero (13esima posizione); la diffusione della banda larga e l'elevato numero di utenti serviti; la quantità e la qualità dei beni offerti dai produttori locali; lo sviluppo dei distretti industriali (terza posizione).

Il rapporto del World Economic Forum conferma le debolezze ben note del sistema italiano. Se tempestive riforme non verranno poste in essere difficilmente si potrà migliorare la situazione attuale. La crescita del debito, l'assenza di riforme per il mercato del lavoro, il logoramento delle istituzioni, i problemi attualissimi dell'istruzione sembrano andare nella direzione di aumentare il gap nei confronti delle altre economie industrializzate, sempre più lontane e competitive.

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Mer, 07/08/2009 - 18:05
Economia Italiana

A pochi giorni dal G8, passano in secondo piano i ”tanti oscuri scandali” che hanno visto protagonista della stampa internazionale il premier Silvio Berlusconi, definito dal Times come il “produttore di un reality show (la politica italiana)”.

L’Economist, che fino a questo momento si era limitato ad una cronaca imparziale degli eventi, critica apertamente gli ultimi interventi di Berlusconi, il cui “più grande scandalo – titola il settimanale – sarebbe negare la reale entità della crisi economica italiana”.

Infatti, anche se il sistema creditizio italiano risulta più solido degli altri Paesi, è impensabile continuare a sostenere che l’intero apparato economico abbia risentito della crisi meno degli altri o, addirittura, che in Italia la recessione avrà una durata più breve che altrove.

Nonostante – osserva il CERM –  il tracollo di migliaia di piccole e medie imprese, peculiarità del nostro sistema produttivo, abbia una risonanza mediatica inferiore rispetto alla bancarotta di Chrysler o General Motors, le difficoltà sono tutt’altro che arginate.

Nel mese di aprile, la produzione industriale è scesa del 22% e gli ordini sono diminuiti del 32% rispetto al 2008. Inoltre, il nostro Paese è strettamente dipendente dalle esportazioni, che ad aprile fanno segnare una variazione tendenziale negativa del 33,8%, attribuibile alla perdita di competitività sia del made in Italy sia dei prodotti a più elevato contenuto tecnologico.

L’Economist pone l’accento anche sull’elevato debito pubblico (oltre il 115% a fine 2009), che rende il Governo incapace di intervenire in maniera efficace, tanto da dover ripiegare su un pacchetto anti-crisi “inutilmente modesto”.

Inutile ricordare le previsioni sul Pil, che sono state riviste al ribasso da Fondo Monetario Internazionale (-4,4%), Banca d’Italia e Confindustria (-4,9%) e OECD (-5,5%).

Sulla base di queste statistiche, pur ammettendo ironicamente che altri tre Paesi del G8 hanno fatto registrare performance peggiori dell’Italia, l’Economist affonda definendo letteralmente “stravaganti (fanciful)” le dichiarazioni del premier sulla capacità del Belpaese di tenere alla recessione.

Appena accennato il dato sull’occupazione, ma forse perché, come ha dichiarato il ministro Tremonti in seguito alle preoccupazioni sull’aumento della disoccupazione manifestate da Juncker, “da noi francamente non è allarme, i dati sono di tenuta in alcuni casi confortanti”.

Non è  d’accordo l’Istat, secondo cui nel primo trimestre del 2009 gli occupati diminuiscono dello 0,9% rispetto allo scorso anno, le persone in cerca di occupazione crescono del 12,5% e il tasso di disoccupazione sale al 7,9%. Ma come abbiamo recentemente appreso dagli interventi di Tremonti, la rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istituto non è statisticamente significativa.

Sarebbe quindi utile, per fare chiarezza sulla reale situazione del Paese, che il Governo rendesse noto agli italiani le fonti dei dati in suo possesso.

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Lun, 07/06/2009 - 15:44
Economia Italiana

Un articolo di poche righe (art. 11) dell’ennesimo decreto anti-crisi (D.L. n. 78 dell’1 luglio 2009) ed il governo di regime mette il bavaglio anche alla comunicazione dei dati sull’andamento dell’economia italiana.
Tutti gli organismi mondiali segnalano da tempo con i loro dati l’andamento negativo in tutti i paesi industrializzati, la crescente disoccupazione, il rischio per la coesione sociale. Lo dice l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico): “L'Italia sta attraversando un periodo di recessione «molto forte» che continuerà «fino alla fine del 2009», poi, nel 2010, ci sarà una «lenta ripresa». Nell'anno in corso il Pil scenderà del 5,5% per poi tornare a salire dello 0,4% il prossimo anno.”. Questi dati sono in linea con quelli del FMI (Fondo Monetario Internazionale). Ma lo dicono anche molti organismi e centri studi nazionali . Così Mario Draghi, Governatore della Banca d’Italia, citando il proprio ufficio studi, conferma la caduta del Pil 2009 "attorno al 5%, se non succede nulla" ma avverte che per superare la crisi bisogna sostenere i consumi e l'occupazione: "La condizione per non far peggiorare le cose è che tengano i consumi. Per questo è essenziale una tenuta del mercato del lavoro". Così Emma Marcegaglia, in base alle analisi del centro studi di Confindustria. Così Giorgio Guerrini, Presidente di Confartigianato. E ancora Carlo Sangalli, Presidente di Confcommercio: “Lo scenario continua ad essere quanto mai difficile per l'economia italiana: nel 2009 i consumi delle famiglie italiane si contrarranno dell'1,5%, previsione che l'associazione rivede in senso peggiorativo rispetto alla stima precedente (-1,4%)”. Lo dice la Corte dei Conti: “In Italia "il percorso di riduzione del disavanzo si è arrestato". Gli indici 2008 "hanno purtroppo disatteso" l'auspicio della "prosecuzione di un percorso virtuoso a riduzione del debito e deluso l'aspettativa di un miglioramento dei conti pubblici". Lo dice infine l’Istat, Istituo centrale di statistica, l’organismo pubblico preposto per legge alla elaborazione e diffusione delle statistiche ufficiali del nostro Paese (in diretto coordinamento con Eurostat, che lo fa a livello di Unione Europea): “ il consuntivo su base annua del fatturato industriale ha accusato flessioni a due cifre (-22,2%), la flessione più alta dal 2005. Nei primi quattro mesi del 2009 il fatturato industriale segna un calo complessivo del22,3%. Gli ordini restano in caduta, L’Istat ad aprile ha rilevato la nona flessione congiunturale consecutiva pari al -3,7%. Il rapporto con il 2008 è preoccupante: -32,2% il calo medio annuo degli ordini”. Apriti cielo! Questo è troppo! Al Principe Manovratore (Berlusconi) ed ai suoi cortigiani (Tremonti, Sacconi e Scajola) questi dati non piacciono. “Non sia mai – potrebbe aver detto Berlusconi – che gli Italiani ci credano e scoprano così che il governo non ha fatto nulla per contrastare la crisi.” E così partono gli attacchi pianificati. Il 26 giugno, al termine del vertice di Corfù, Berlusconi attacca: “"C'è un circuito vizioso di crisi per paura, alimentato dalle dichiarazioni di governi, opposizioni e di istituzioni economiche, nazionali, europee e internazionali che continua a dare numeri sul deficit e sul prolungarsi della crisi. - ha insistito Berlusconi - I media che le riprendono complicano la situazione diventando fattori che alimentano queste paure". Il premier ha quindi rivolto un "appello" ai responsabili istituzioni internazionali, "al loro buon senso e al senso di responsabilità". "Non è la prima volta che attacca gli organismi internazionali. La reazione più appropriata ci sembra quella di non commentare per non alimentare nuove polemiche". Un portavoce della Commissione europea ha replicato così all'ultima esternazione del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Ieri a Parigi, sede dell'Ocse, a Bruxelles, sede della Commissione europea, a Washington, sede del Fondo monetario internazionale, sono rimasti sorpresi e increduli. Ma anche zitti. Perché nessuno ha avuto voglia di entrare in polemica con un capo di governo. Certo una critica di questa natura non l'avevano mai ricevuta. Il loro mestiere è anche quello di studiare le crisi, fare previsioni statistiche, aiutare le decisioni di coloro che da quelle parti chiamano i policy maker, i politici. Loro, invece, sono tecnici di altissimo livello. "D'altra parte - osservano chiedendo un assoluto anonimato - anche il governo italiano farà le sue previsioni nell'imminente Dpef. E che scriverà?". In precedenza Tremonti aveva attaccato Draghi dicendo: «Silenzio sulle cifre fino a settembre», è l’invito di Giulio Tremonti in un’intervista al Tg2. «Facciamo passare almeno l’estate. Ne guadagnerebbero gli economisti in salute, ma soprattutto la gente. Non è censura, è igiene». Dare troppi dati «è un modo per fare del male alla gente, diffondendo sfiducia e incertezza, quando l’economia deve essere invece fiducia e certezza», aggiunge polemicamente il ministro. E l’informazione? «Troppe informazioni diventano deformazioni» dice Tremonti. Anche Berlusconi lo aveva censurato: "Questa è un’informazione del Governatore che non corrisponde alle cose che emergono dalla nostra conoscenza della realtà italiana".Il riferimento era al dato che secondo Draghi, se non si adottano misure straoprdinarie, entro il 2009 1,6 milioni di persone si ritroveranno senza lavoro e senza una tutela economica, tipo la cassa integrazione. Sull’Istat hanno addirittura sparato in tre. Ha aperto le danze il solito Tremonti sostenendo l'inaffidabilità dell'indagine sulle forze lavoro. Che, dopo quattordici anni, segnalava il calo del tasso di occupazione e la crescita di quello della disoccupazione. Insomma, con i numeri, raccontava la gravità della crisi nel mercato del lavoro. (Come ha replicato il Presidente dell’Istituto le procedure sono quelle di Eurostat). Poi hanno continuato Claudio Scajola (Sviluppo economico) e Maurizio Sacconi (Lavoro): troppe stime e troppo frequenti - secondo il governo - tali da non riuscire a offrire un quadro reale della crisi economica. Alle indagini campionarie (quelle che fa l'Istat) andrebbero affiancati e rafforzati - è sempre la tesi del governo - i dati amministrativi ricavabili dalla fisco e dall'Inps.
E così detto e fatto. Con l’articolo 11 del DL 78 dell’1 luglio 2009 si mette il bavaglio a tutti coloro che per legge sono autorizzati a produrre dati in modo indipendente (Istat, Banca d’Italia). Si crea alle dirette dipendenze della Presidenza del Consiglio una banca dati che raccoglie i risultati di tutti.Da quel momento i dati sull’andamento dell’economia sarà solo il Governo a darli. State certi che saranno in linea con l’ottimismo di Berlusconi e contro il catastrofismo delle istituzioni internazionale nazionali, che fanno parte del complotto plutocratico mondiale contro il “Salvatore della Patria” o “L’unto del Signore”. Italia dei Valori cercherà di contrastare questo disegno piduista.

On.le Antonio Borghesi

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Dom, 06/21/2009 - 22:25
Economia Italiana

La Confindustria vede nero e chiede riforme.

Un altro pezzo importante del sistema economico sembra voltare le spalle al Governo Berlusconi. La Confindustria sta infatti cambiando drasticamente la propria posizione a seguito della pressione crescente che le imprese, soprattutto le piccole imprese del Nord-est stanno esercitando sulla Marcegaglia.
La Presidente di Confindustria aveva seguito sin dall’insediamento del Governo Berlusconi una strategia di collaborazione. Emblematica fu la posizione di pieno sostegno alla posizione governativa sulla vendita di Alitalia, con la partecipazione diretta della Marcegaglia alla “cordata patriottica”   guidata da Colaninno. Del resto la presidenza Marcegaglia non è sembrata caratterizzarsi finora per l’apertura della strategia seguita. A tutti i costi aveva voluto firmare un Accordo quadro sulla riforma degli assetti contrattuali (22 gennaio 2009) rinunciando alla firma della CGIL, cioè facendo a meno della firma del principale sindacato italiano, rendendo così alquanto dubbia la validità della riforma stessa. Anche sulla questione dell’Accordo di Kyoto la Marcegaglia si è asserragliata su una posizione di rifiuto oltranzista costringendo l’Italia a una scomodissima posizione di isolamento in ambito europeo. Proprio mentre negli Stati Uniti il nuovo Presidente Obama ha fatto della difesa ambientale e del controllo delle emissioni di CO2 uno dei cardini della sua politica economica. In aprile poi, cogliendo di sorpresa gli stessi imprenditori associati, la Marcegaglia si era lanciata in dichiarazioni di grande e ingiustificato ottimismo annunciando che il peggio era alle spalle e che la ripresa era alle porte, punto di vista molto vicino a quello di Tremonti.   

Ora invece il grido di disperazione di decine di migliaia di piccoli imprenditori che sono sul punto di fallire costringe, fortunatamente,  Emma Marcegaglia a svolta a U.

“La crisi c’è, è grave e sarà non breve”.

Confindustria rivede al ribasso le previsioni di crescita del PIL per il 2009. Invece di un –3,5%, si attende un calo del 4,9% nel 2009, imputabile principalmente alle performance negative fatte registrare alla fine del 2008 e nel primo trimestre dell’anno in corso.

La ripresa ci sarà solo per il 2010 e pari a un modesto +0,7%.

Peggiorerà il debito pubblico italiano, che salirà al 114,7% nel 2009 (105,7% nel 2008) e al 117,5% nel 2010. Inoltre, si prevede un aumento al 4,9% del deficit (2,7%nel 2008), che dovrebbe però iniziare a calare nel 2010 (4,7%).

Alla luce dei dati la Presidente Marcegaglia si dichiara prudente e preoccupata dal fatto che le riforme “al momento non si vedono, e che il vero rischio è che ci metteremo 5 anni a tornare a livelli di crescita di prima della crisi”.

La luna di miele tra Governo e industriali è finita.

Gli interventi su cui basare la ripresa del Paese richiederebbero tutti una forte azione di governo per la riduzione della burocrazia, per il potenziamento delle infrastrutture, per l’allineamento del capitale umano agli standard di altri Paesi e per una nuova stagione di liberalizzazioni.

Relativamente al primo punto, il costo della burocrazia nel nostro Paese (4,6% del PIL) è ampiamente maggiore della media europea (3,5%) e, secondo il Centro studi Confindustria, “l’Italia risulta penalizzata da tutto ciò in cui lo Stato ha un ruolo decisivo”.

Dalle simulazioni, emerge che rendendo più efficiente il rapporto tra imprese e Pubblica Amministrazione, il PIL, nei prossimi 20 anni, potrebbe crescere del 4%.

Con riferimento al potenziamento delle infrastrutture, i vantaggi si tradurrebbero in un incremento dello 0,1% annuo del trend di crescita e di un +2% del PIL.

Inoltre, si avrebbero significativi benefici sia dall’allineamento del capitale umano ai livelli dei Paesi più performanti, che comporterebbe un incremento del PIL del 13%, sia dalla crescita del grado di scolarizzazione della forza lavoro (5% in più del PIL per ogni anno in più di istruzione).

Infine, il restante 11% di crescita del PIL che l’Italia sarebbe in grado di realizzare, dipende dal rendere concreti interventi di liberalizzazione, con particolare riferimento all’aumento del livello di concorrenza nel terziario.

Ma è difficile, se non impossibile, immaginare che il Governo Berlusconi possa realizzare un simile programma di politica economica.

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Gio, 06/18/2009 - 16:22
Crisi economica

Mercoledì 17 giugno il Presidente Barack Obama ha presentato una riforma dei controlli e della vigilanza bancaria e finanziaria. Si tratta di un’azione che pone al centro delle tutele pubbliche i risparmiatori e che intende contrastare il principio di “irresponsabilità” che ha portato i mercati finanziari al tracollo e alla più grave crisi economica degli ultimi 80 anni.
Viene istituita una nuova Authority per la protezione finanziaria dei consumatori che si occuperà tra l’altro dei mutui, delle carte di credito e del credito al consumo. I mortgage broker, cioè gli intermediari che hanno concesso la montagna di mutui saranno più responsabilizzati e controllati.
Si rafforzano i poteri della Federal Reserve Bank (la banca centrale statunitense) per prevenire i rischi sistemici.
Il Tesoro fisserà delle linee guida sulle retribuzioni dei super-manager; chiedendo che gli azionisti delle banche e delle società siano chiamati a votare i piani retributivi dei Chief Executives.
Saranno tenuti ad iscriversi alla SEC (Stock Exchange Commission – la Consob statunitense) gli Hedge Funds, i Fondi di Private Equity e di Venture capital. Saranno così tenuti a una maggiore trasparenza e a una maggiore sorveglianza. I famigerati ‘derivati’, cioè i titoli complessi che in questi anni hanno invaso i mercati, dovranno essere scambiati in borsa o comunque in mercati regolati e non più “over the counter” cioè privatamente. La SEC avrà maggiori poteri di sorveglianza sulle Agenzie di Rating
Viene istituito un Consiglio dei Regolatori, cioè un organo che raccoglierà i rappresentanti dei vari enti di supervisione finanziaria e sarà presieduto dal Ministro del tesoro.
Nel complesso si tratta forse della più profonda riforma delle norme di supervisione e vigilanza finanziaria dal 1929.
E in Italia? Tutto sembra avvolto dalla spessa coltre di apparente ottimismo messa in circolo dal Ministro Tremonti che non si stanca di ripetere che lui aveva previsto la crisi prima di tutti e che lui aveva già cambiato tutto ciò che c’era da cambiare.
Ma in realtà il Ministro Tremonti in tante occasioni aveva accusato le banche italiane di essere troppo restie a concedere i mutui, aveva chiesto alle banche italiane di seguire l’esempio delle banche americane: mutui pari al 100 per cento del valore delle case.
 

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