Tasse elevate, sfiducia nell'investimento in formazione ed emigrazione interna: così ogni anno gli atenei perdono iscritti

Il Ministero dell’Università ha pubblicato i dati provvisori relativi alle immatricolazioni per l’anno accademico 2009/2010: i neo iscritti sono 304 mila e 600, il 2,3% in meno rispetto all’anno accademico 2008/2009, che a sua volta registrava un’analoga riduzione per un calo complessivo del 5 per cento in un biennio.

I dati testimoniano anche una forte disomogeneità a livello territoriale, con le università del Nord che registrano una perdita media di circa 2 punti percentuali e quelle del Sud che subiscono una riduzione ben più drastica con 7 punti percentuali in meno. Un esempio: l’Università di Bologna segna un incremento del 9,23% nell’anno accademico corrente, mentre l’Università di Palermo ha perso oltre 25 punti percentuali.

Sicuramente questo fenomeno è legato in parte alla difficoltà per le famiglie nel sostenere i costi delle tasse universitarie, soprattutto dopo gli aumenti degli ultimi anni; influisce poi la sensazione che investire in formazione troppo spesso non paghi, perché è raro ottenere un lavoro in linea con le proprie aspirazioni e con la propria formazione, ma anche in termini di aspettative economiche e di stabilità contrattuale.

Tuttavia questi elementi credo spieghino soprattutto la tendenza generale alla rinuncia al proseguimento degli studi, mentre il forte divario tra gli iscritti al Nord e al Sud sembra richiedere un’altra possibile interpretazione.

Il numero di neo universitari al Nord aumenta perché i redditi sono mediamente più alti e perché la situazione di maggior benessere incoraggia certamente ad impegnarsi in un percorso di formazione superiore, ma aumenta anche perché vi è una percentuale significativa di studenti fuori sede provenienti dalle aree meridionali, consapevoli che il sistema produttivo delle regioni di origine è troppo debole per accoglierli, che probabilmente dovranno comunque emigrare una volta terminati gli studi e quindi decisi a prepararsi la strada studiando ed integrandosi dove avranno più opportunità di inserirsi nel mercato del lavoro.

Già i dati del rapporto Svimez 2009 confermavano questa ipotesi: secondo il rapporto tra il 1997 e il 2008 circa 700 mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno ed è “la carenza di domanda di figure professionali di livello medio-alto a costituire la principale spinta all’emigrazione”. Il rapporto testimoniava tra l’altro un aumento dei giovani che si trasferiscono al Centro-nord dopo il diploma per proseguire gli studi e che poi non ritornano nei paesi di origine ed una diminuzione dei laureati negli atenei meridionali in partenza in cerca di lavoro.

Le conseguenze di questa situazione sono facili da prevedere, in parte sono anzi già  visibili: declino demografico e perdita di giovani, spesso di quelle eccellenze, che potrebbero valorizzare il sistema, riducono le prospettive per quanti restano e spingono altri all’emigrazione, innescando un circolo vizioso in cui quanto più la popolazione invecchia, la spesa sociale aumenta e ristagnano i consumi, tanto più la domanda interna si comprime e il sistema produttivo espelle ulteriori lavoratori, che emigrano e si stabiliscono altrove e così via.

Se non si ripartirà  da qui,  dalla costruzione delle condizioni per cui le persone possano scegliere di vivere dove sono nati, non ci saranno prospettive di sviluppo per le regioni meridionali, ma si rallenterà ulteriormente la crescita dell’intero paese.

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