L'ultimo rapporto del Worldwatch Institute, State of the world 2010, affronta quest'anno il tema dei consumi e del loro drammatico impatto sull'ecosistema e sulla vita delle persone.
I dati riportati sono impressionanti: i consumi sono cresciuti del 28% rispetto al 1996 e sestuplicati rispetto al 1960, cifre che non possono essere ricondotte all'aumento della popolazione, dal momento che questa è cresciuta solo del 2.2% fra il 1960 e il 2006, mentre la spesa pro capite è quasi triplicata.
Per quanto riguarda lo sfruttamento delle risorse, l'uso delle risorse globali è cresciuto del 50% negli ultimi 3 decenni e in particolare tra il 1950 e il 2005 la produzione di metalli è cresciuta di 6 volte, il consumo di petrolio di 8 volte e quello di gas naturale di 14 volte. In totale, 60 miliardi di tonnellate di risorse vengono estratte annualmente, circa il 50% in più di trenta anni fa.
Praticamente il mondo estrae l'equivalente di 12 Empire State Building dalla terra ogni giorno. L'Ecological Footprint Indicator, che confronta l'impatto ecologico dell'umanità con la quantità di terra produttiva e di mare disponibili mostra che l'umanità usa attualmente le risorse di una terra e un terzo, stiamo quindi utilizzando circa un terzo in più della capacità della terra disponibile.
Dopo essere rimasta a livelli stabili per mille anni a circa 280 ppm (parti per milione), la concentrazione atmosferica di diossido di carbonio è ora di 385 ppm, a causa di una popolazione in crescita che consuma sempre più combustibili fossili, mangia più carne e converte ulteriori territori coltivabili in aree urbane.
Tuttavia il cambiamento climatico è solo uno dei molti sintomi degli eccessivi livelli di consumo. L'inquinamento atmosferico, la perdita di circa 7 milioni di ettari di foresta ogni anno, l'erosione del suolo, la produzione annuale di oltre 100 milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi, l'obesità, i disturbi legati allo stress, sono secondo il rapporto problemi da non trattare separatamente, perché hanno una radice comune nelle abitudini di consumo. Secondo uno studio dell'ecologista di Princeton Stephen Pacala i 500 milioni di individui più ricchi del mondo, circa il 7% della popolazione mondiale, sono responsabili del 50% delle emissioni mondiali di diossido di carbonio, mentre i 3 miliardi più poveri vi contribuiscono solo per il 6%.
Il rapporto rileva come l'impatto della crisi economica stia spingendo molti a ripensare alle conseguenze degli attuali livelli di consumo, che si accompagnano a debiti, stress e problemi di salute, ad esempio acquistando automobili più piccole e trasferendosi in abitazioni meno grandi.
Se il cambiamento di una cultura forte quanto quella del consumismo può sembrare impossibile, non mancano esempi di pionieri culturali che si impegnano a diffondere una nuova cultura basata sul rispetto del mondo naturale e sulla volontà di assicurare alle future generazioni la possibilità di vivere come e meglio di quella attuale.
Un esempio di cultura della sostenibilità è dato dalle iniziative volte ad utilizzare cibi biologici locali nelle mense scolastiche, una sfida importante dal momento che le abitudini mentali dei giovani non sono ancora formate e quindi essi potrebbero essere educati ad una diversa cultura del cibo.
Negli Stati Uniti acquistare il cibo da agricoltori locali è uno dei marchi del movimento Farm-to-School, che sta aiutando le scuole a riconnettersi con i produttori locali di alimenti. Finora oltre mille scuole in 38 stati hanno scelto di acquistare prodotti freschi dalle fattorie locali. Questo obiettivo costituisce una priorità anche in molti paesi in via di sviluppo, in cui il World Food Programme mira a sostituire il cibo importato con quello locale. Lo scopo principale di questa rivoluzionaria iniziativa, che sta avendo successo soprattutto in Brasile e Ghana, è quello di creare mercati per i produttori locali attraverso la promozione della salute e dell'educazione dei bambini coinvolti.
Secondo il rapporto in Europa due paesi possono essere considerati pionieri della rivoluzione del cibo scolastico: la Scozia e l'Italia. Roma risulta essere particolarmente all'avanguardia in questo campo: il 67,5% del cibo servito nelle scuole delle città è organico, il 44% viene da catene specializzate in prodotti biologici, il 26% è di provenienza locale, il 14% è certificato come “equo e solidale”, il 2% proviene da cooperative che impiegano ex carcerati o che lavorano su terre confiscate alla mafia.
Un altro interessante modello di sviluppo sostenibile relativo all'Italia riguarda la città di Lecco, dove dal 2003 ogni giorno 450 alunni delle scuole elementari si recano a scuola a piedi accompagnati da volontari e genitori, evitando circa 160 chilometri di spostamenti con veicoli a motore e consentendo ai bambini di praticare esercizio fisico.
Secondo l'analisi di James Davison Hunter i cambiamenti culturali generalmente sono guidati da reti di individui piuttosto che da grandi personaggi, in particolare essi sono resi possibili dalla sovrapposizione di reti associative di orientamento analogo e dotate di risorse complementari che agiscono per un fine comune, diffondendo idee, abitudini e nuovi paradigmi culturali. Naturalmente, poiché la cultura è in gran parte guidata dalle grandi istituzioni, il successo delle reti dipenderà dalla capacità di mettere l'idea di sostenibilità al centro dei discorsi di queste istituzioni, che possono giocare un ruolo significativo nel diffonderla e nell'incentivarne l'applicazione.
La storia del documentario The Age of Stupid illustra le potenzialità delle reti spontanee. I realizzatori del film sono riusciti a finanziare il progetto raccogliendo fondi da individui e gruppi interessati al tema del cambiamento climatico ed hanno organizzato 600 spettacoli in oltre 60 paesi grazie allo sforzo di promozione del film da parte di una rete di volontari anziché attraverso i canali di distribuzione tradizionali. A quel punto hanno approfittato del successo del film per lanciare una campagna sul cambiamento climatico, 10:10, che incoraggia le persone ad impegnarsi per ridurre le emissioni di carbonio del 10% nel 2010. Da ottobre del 2009, circa 900 imprese, 220 scuole, 330 organizzazioni e 21.000 individui hanno aderito all'impegno.
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