Un piccolo paese della Calabria, le cui principali risorse sono il mare, le spiagge ed una piccola isola.
Per molti anni una fabbrica di tessuti ha offerto a parte della sua popolazione la possibilità di un lavoro stabile, una sorta di miraggio in un comune in cui la gente vive per lo più di lavoro stagionale o si rassegna ad emigrare al centro o al nord. Poi la fabbrica chiude, il lavoro finisce, ma una cosa non si ferma: le malattie e le morti degli ex dipendenti.
All’inizio erano pochi. Qualche lontano conoscente, poi sempre più persone, amici, parenti, morti per tumore o leucemia, troppi, davvero troppi. Troppi per ignorare quell’involontaria quanto inevitabile associazione: morto di leucemia – lavorava alla Marlane, morto di tumore – anche lui alla Marlane, cancro ai reni – di nuovo quel nome: Marlane.
Dopo anni di sospetti arriva la verità e con essa speriamo anche la giustizia.
La Marlane, una fabbrica del gruppo Marzotto situata nel piccolo comune di Praia a Mare (CS) e da poco dismessa, era una fabbrica di veleni. Vi si producevano tessuti con lavorazioni tossiche.
Per questo i dipendenti si ammalavano, per questo tanti ne sono morti.
Dopo anni di indagini la procura di Paola è giunta nei giorni scorsi alle sue conclusioni: le accuse vanno dall’omicidio colposo al disastro ambientale. Fra gli indagati ci sono nomi di imprenditori veneti molto autorevoli, come Antonio Favrin, vicepresidente vicario di Confindustria veneto e amministratore delegato della Marlane fra il 2001 e il 2004, Silvano Storer, già ai vertici di Stefanel e Benetton Sportsystem e consigliere delegato della Marlane fra il 1997 e il 2001 e Jean De Jaegher, amministratore delegato per la Marzotto fra il 1996 e il 1997. Indagato anche il sindaco del comune di Praia a Mare, Antonio Lomonaco, che è stato responsabile della tintoria fra il 1973 e il 1988.
Secondo la magistratura i dipendenti non erano informati sui rischi cui erano esposti, né provvisti di adeguati mezzi di protezione, ma anzi maneggiavano a mani nude coloranti ricchi di ammine aromatiche che provocano patologie tumorali.
Ma il disastro potrebbe essere anche ambientale, perché oltre alle vernici anche i rifiuti della fabbrica erano tossici, residui a base di amianto, zinco, piombo, mercurio, interrati a poca distanza dalla spiaggia di Praia a Mare, con il rischio di gravissimi danni all’ambiente, alla salute delle persone ed all’intero paese, che nel mare e nelle sue spiagge trova la principale, se non unica, risorsa.
Già da molti anni la popolazione di Praia a Mare temeva una simile verità, eppure allo stesso tempo tendeva ad allontanare quel terribile pensiero, non riusciva ad ammetterlo fino in fondo; perché accettare fatti simili significa accettare l’idea che per fame di profitto imprenditori, dirigenti e amministratori locali abbiano messo a rischio la vita di uomini e donne e contaminato un territorio di grande bellezza, un patrimonio naturale già penalizzato dall’abbandono e dalla corruzione in cui versa la regione e che anziché valorizzare costoro hanno pensato di distruggere. Significa accettare che nella loro irresponsabile e folle corsa al guadagno delle persone abbiano razionalmente calcolato di condannare a malattie gravissime e alla morte persone con la sola colpa di aver bisogno di un lavoro e, avvelenando il territorio, esporre a tale rischio la popolazione in generale.
Forse non ci si poteva credere anche per la rassegnazione, perché abituati ad essere la discarica del paese o perché andare in fondo alla questione sembrava inutile : fare causa alla Marzotto? Con quale speranza di ottenere qualcosa?
Grazie al coraggio e alla determinazione del procuratore capo di Paola Bruno Giordano e di un ex dipendente della Marlane, Luigi Pacchiani, forse ci sarà giustizia.
Sono queste le persone di cui il Sud ha bisogno.
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