La crisi economica è stata affrontata dai paesi sviluppati compiendo interventi mirati al salvataggio del sistema bancario a spese, è bene ricordarlo, dei contribuenti; sono stati migliaia i miliardi di dollari spesi per arginare il crollo del sistema bancario.
La crisi ha colpito il mondo occidentale, soprattutto quella classe dirigente che ha in larga parte contribuito a generarla; la stessa classe dirigente che è ancora oggi al potere e che è in grado di determinare la politica economica dei maggiori paesi sviluppati.
Il Presidente Obama, nei momenti più difficili, ha più volte insistito sulla necessità di cambiare il modello economico di riferimento, di ripensare i rapporti di forza e le priorità della società del ventunesimo secolo. I leader europei, ovviamente, hanno fatto eco. Ma niente è cambiato.
L'attenzione sulla crisi economica è tuttora molto alta e la necessità di ripresa è uno degli argomenti portanti del dibattito quotidiano.
Eppure la maggior parte della popolazione mondiale non è minimamente sfiorata dalla crisi economica in atto. Il problema di “arrivare alla fine del mese” non viene contemplato affatto da chi deve preoccuparsi di arrivare alla fine della giornata. I numeri sono impressionanti: l'80% della popolazione mondiale guadagna meno di 10 dollari al giorno e oltre il 40% vive quotidianamente con meno di 2 dollari; più di un miliardo di persone soffrono la fame.
La crisi finanziaria ha distolto l'attenzione da un problema che, prima del crollo dei colossi della finanza, sembrava essere di fondamentale importanza per l'economia mondiale: l'aumento del prezzo delle materie prime e in particolar modo dei prodotti alimentari.
Tra il 2007 e il 2008 l'incremento dei prezzi alimentari osservato era il più alto degli ultimi 30 anni. Nei primi dieci mesi del 2009 l'aumento è stato del 9,8%, segno che il problema, nonostante non se ne parli, è tutt'altro che superato. Gli squilibri che hanno portato ad aumenti così significativi dei prezzi sono ancora presenti: la domanda di prodotti alimentari continua a crescere grazie all'aumento dei redditi e al cambiamento delle abitudini alimentari nei paesi in via di sviluppo; i cereali continuano ad essere destinati alla produzione di bio-carburanti, riducendo la disponibilità di terra destinabile alle coltivazioni di prodotti alimentari. Un altro fattore destabilizzante è certamente la possibilità di speculazione: lo scambio di futures relativi al mercato delle materie prima contribuisce in maniera significativa alle fluttuazioni dei prezzi delle stesse.
Nonostante la crisi economica il settore agricolo opera tuttora al massimo della capacità produttiva: la raccolta di cereali dello scorso anno è stata la più grande di sempre. Quando l'economia sarà in piena ripresa difficilmente il settore agricolo potrà reggere, schiacciato da una domanda crescente e da un'offerta limitata.
I paesi in via di sviluppo e quelli sotto-sviluppati saranno allora colpiti da carestie ben più gravi di quelle attuali. E questo non potrà che comportare danni all'economia nel suo complesso, rallentando la ripresa di quei paesi sviluppati che poco si preoccupano dei problemi del sud del mondo.
Jacques Diouf, direttore generale della FAO, chiede 44 miliardi di dollari all'anno per combattere la fame nel mondo. Ma dal recente vertice internazionale di Roma non è giunta alcuna risposta. Il documento finale non contiene indicazioni in merito alle richieste del direttore generale.
Le due crisi, finanziaria e alimentare, stanno colpendo, come noto, una il nord e l'altra il sud del mondo. Gli interventi e gli sforzi per arginare la prima non sono minimamente paragonabili a quelli messi in atto per contrastare la seconda; “I 12,3 miliardi di dollari previsti dall'Onu all'inizio del 2009 per combattere la crisi alimentare ancora non si vedono”, lamenta il quotidiano bengalese The New Nation, mentre i miliardi di dollari necessari per rimettere in sesto gli istituti finanziari sono stati trovati all'istante.
Noam Chomsky scrive che esiste un comune denominatore tra le due crisi: la crisi culturale. La miopia delle istituzioni e del sistema ideologico dominante impedisce di guardare al lungo periodo. In questo modo i problemi già visibili ma che graveranno soprattutto sulle generazioni future non vengono affrontati per tempo. Ne è un esempio il problema del cambiamento climatico. L'inerzia nell'azione dei paesi sviluppati, ma soprattutto di Stati Uniti e Cina, sta pregiudicando il risultato degli interventi di tutti gli altri paesi.
Al summit dell'Onu di Copenaghen si presenterà l'ennesima occasione per dare un segnale forte. Le aspettative non sono molte, visti i risultati degli ultimi incontri.
Tuttavia è necessario che, prima possibile, i governi di tutto il mondo, congiuntamente, affrontino i problemi che affliggono l'umanità. Crisi finanziaria, crisi alimentare, crisi ambientale: sono tutte facce della stessa medaglia, problemi da affrontare simultaneamente e con la stessa determinazione. Perché se la politica di guardare al proprio orto disinteressandosi di quello altrui ha funzionato sinora, è scontato che in futuro questa non sarà più attuabile. E lo sviluppo sostenibile dell'economia mondiale dipende proprio dall'atteggiamento dell'occidente nei confronti di quei problemi che, solo nell'immediato, sembrano non riguardarlo.
| Allegato | Dimensione |
|---|---|
| crisi_fin_alimentare.pdf | 482.01 KB |