Martedì 17 novembre è stata celebrata in tutto il mondo la giornata per il diritto allo studio, in memoria del 17 novembre 1939, giornata in cui centinaia di giovani cecoslovacchi che si opponevano alla guerra furono arrestati e uccisi dai nazisti. I rappresentanti degli studenti si sono ritrovati a Bruxelles sotto lo slogan “l'istruzione non è in vendita”, mentre in Germania la protesta ha coinvolto 35 città e in Grecia la celebrazione si è inserita nella serie delle iniziative legate all'anniversario della rivolta degli studenti ateniesi contro i colonnelli greci nel 1973. In Italia studenti universitari e dei licei, ricercatori e precari della scuola hanno manifestato per esprimere il proprio dissenso nei confronti della riforma Gelmini e dell’impatto che essa ha prodotto nel mondo della scuola e dell’università.
La ministra ha prontamente affermato che la protesta, che ha coinvolto in Italia 50 città e ha visto scendere in piazza 150 mila persone, è stata condotta dai giovani dei centri sociali e non rappresenta la stragrande maggioranza degli studenti italiani. Questa dichiarazione rispecchia la convinzione, più volte ripetuta negli ultimi mesi, che la mobilitazione studentesca sia governata da giovani appartenenti alla sinistra radicale, definiti di volta in volta facinorosi, guerriglieri o semplicemente fannulloni, che utilizzano la riforma coma mero pretesto per colpire il governo, perché si illudono di essere ancora negli anni '70 o semplicemente perché desiderano saltare le lezioni.
Si tratta di una posizione che mira a delegittimare la protesta e a depotenziarne l'impatto sull'opinione pubblica, facendo passare sotto silenzio l'ampiezza della partecipazione e la ricchezza delle iniziative e delle proposte che in questi mesi sono state avanzate negli atenei e nelle scuole.
La mobilitazione studentesca, sebbene originata dal dissenso nei confronti della riforma dell’istruzione e dalla finanziaria, nella misura in cui queste colpiscono a tutti i livelli l’istruzione pubblica, trova il suo obiettivo più ampio nell’affermare una concezione del sapere come bene comune e il ruolo dello studente come soggetto politico attivo, piuttosto che come mero fruitore di un servizio. Si tratta cioè di un movimento in grado di prescindere da appartenenze politiche precedenti e soprattutto di non esaurirsi nelle manifestazioni di piazza, che sole hanno conquistato l’attenzione mediatica, finendo per avvalorare l’idea di essere di fronte ad una protesta sterile, priva di contenuti, addirittura dettata dal desiderio di evitare le lezioni. Accusa a cui gli studenti rispondono:“Vi sono certo state delle occupazioni, come retaggio di una forma di protesta assunta e metabolizzata, ma per lo più simboliche. Questo ha fatto sì che non ci fosse un blocco totale della didattica e che si riuscisse allo stesso tempo a esplicitare un malessere generale preservando per tutti e tutte il diritto alla formazione”.[1]
In realtà gli studenti, i ricercatori, e in alcuni casi anche i docenti, hanno organizzato corsi e seminari, cineforum e assemblee, hanno prodotto documenti e avanzato proposte per conciliare l'esigenza di una razionalizzazione della spesa legata all'istruzione con il diritto all'istruzione per tutti e con la necessità di investire nella ricerca come condizione essenziale per il futuro dei giovani e del paese.
L'ampiezza della partecipazione studentesca, la sua capacità di autorganizzarsi e di resistere nel tempo, con un lavoro certamente più impegnativo e continuo rispetto alla mera presenza in occasione di grandi eventi ad impatto mediatico, smentiscono l'idea che il movimento abbia coinvolto solo pochi esponenti dei centri sociali e non rappresenti una parte considerevole degli studenti. Al contrario il movimento studentesco Onda Anomala si è dichiarato sin dall’inizio estraneo ad ogni rappresentanza partitica, contestando l’equazione che fa coincidere la politica con il dominio dei partiti e sottolineando la volontà di sottrarsi ad un’automatica assimilazione alle rivendicazioni politiche che hanno caratterizzato le mobilitazioni passate.
A questo proposito uno studente dichiara: “In effetti, anche se è chiaro che la mobilitazione è ancora in qualche misura guidata dai militanti e dalle militanti, è anche evidente però che sempre più ragazze e ragazzi, senza avere alle spalle una storia personale di particolare impegno politico, decidono di dare il loro contribuito. Spesso anzi sono proprio questi facinorosi, che mai in vita loro hanno preso parte ad un collettivo studentesco o ad una riunione di partito, a chiedere ai propri docenti di sospendere il corso normale delle lezioni e di progettare insieme forme alternative di didattica”.
Quello che in questi mesi non è stato registrato, se non volutamente oscurato, è quindi proprio la discontinuità di questo movimento rispetto a quelli del passato, centrati su un approccio leaderistico e sugli eventi di piazza, come spiegato da alcuni studenti del Seminario Autogestito Permanente di Roma Tre nel corso del grande seminario di Diotima tenutosi a Verona lo scorso 6 novembre.
Essi individuano infatti due livelli di azione: il primo, che si realizza attraverso cortei, sit-in e occupazioni e che certamente riprende forme consolidate di contestazione per il loro valore simbolico; il secondo che riguarda invece “le dinamiche e le forme di aggregazione che si sono rivelate “costitutive dal basso” della mobilitazione. Questo è il microlivello dei gruppi di studio, dei seminari, dei workshop e di tutto quello che potrebbe essere definito come il “lavoro di cura” del movimento: quel lavoro che mettendo in raccordo momenti aggregativi diversi nutre il movimento pur rimanendo trasparente agli occhi del grande pubblico”.[2]
Si tratta cioè di pratiche politiche che puntano sulla relazione di fiducia e sul senso di responsabilità condivisi dagli studenti, consentendo a tutti un maggiore agio nel prendere parola pubblicamente e la creazione di un tessuto associativo che va ben oltre i singoli eventi di grande partecipazione e che anzi si rivela condizione indispensabile perché questi abbiano luogo.
Mi sembra che rispetto alla massa di immagini e titoli che hanno riportato notizia dei disordini, non ci sia stata sufficiente informazione che rendesse conto della produzione di sapere e del senso di responsabilità politica che si è diffuso in questi mesi fra gli studenti; soprattutto non ci si è interrogati su quale urgenza abbia spinto i giovani, soprattutto gli studenti universitari, ad investire tempo ed energie nella difesa della scuola pubblica, del sapere e della ricerca, anziché affrettarsi a badare ai propri interessi personali, soprattutto in uno scenario dominato dalla competizione, dal precariato e dalla paura della disoccupazione.
Domande a cui si troverebbe risposta semplicemente prestando ascolto alle istanze degli studenti, sforzandosi di aprire con loro un serio confronto. In uno dei documenti presentati in occasione dell’Assemblea nazionale del 12 dicembre 2008 si legge infatti: “La questione delle condizioni materiali degli studenti, la loro richiesta di riappropriazione del futuro, dimostrano una volontà di porre in questione elementi base della vita di ognuno che la politica istituzionale aveva relegato all’ambito del caso, della fortuna e della disponibilità privata, ma che in realtà potrebbero e dovrebbero trovare spazio in una politica delle persone e dei loro bisogni concreti. Il criterio dell’utile a cui è stata sottomessa l’università delle abilità, della professionalizzazione e della rinuncia al discorso pubblico è il riflesso di una società in crisi, incapace di difendere il sapere nella sua natura di bene comune”[3]
[1] http://www.nuvole.it/index.php?option=com_content&view=article&id=361:roberta-paoletti-e-valeria-mercandino&catid=76:nuvole-37&Itemid=61
[2] Grande seminario di Diotima presso l’Università di Verona, intervento di Roberta Paoletti, Valeria Mercandino, Federica Castelli, Pierluigi Marinucci, Lorenzo Coccoli, Alessandro Grassi.
[3] Il testo è il risultato delle discussioni e delle iniziative che si sono svolte a Roma Tre, in particolare sono stati coinvolti il Seminario Autogestito Permanente della Facoltà di Lettere e Filosofia; gli e le studenti dell’Aula 6 autogestita; l’Assemblea Permanente di facoltà.
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