Le svolte di Tremonti

Si dice che solo gli stupidi non cambino mai idea. Quindi non c'è nulla di strano se un signore dotato di buona intelligenza, come Giulio Tremonti, muti nel tempo radicalmente opinione su dazi, banche, regole, finanza, posto fisso. Quel che stupisce è che il ministro dell'Economia - invece di sottolineare la sua attitudine a cambiare idea quale conferma di una personale arguzia - presenti ogni volta le nuove opinioni come se fossero verità scolpite di cui lui per tutta la vita se ne è fatto e se ne farà testimone.

Si prenda il caso della Cina. Quando nel 2006 al governo c'era il professor Romano Prodi, Tremonti lo accusava un giorno sì e l'altro pure di esser cieco nei confronti del vero nemico dell'Italia e dell'Occidente: la Cina, dalla quale bisognava difendersi alzando impenetrabili muraglie daziarie. In pratica impendendo con le buone o con le cattive alle merci cinesi di sbarcare sui mercati europei. "Il problema del rapporto con la Cina - diceva Tremonti tre anni fa - è questo: ci stanno mangiando vivi. Le merci che vanno in Cina hanno i dazi cinesi le merci che arrivano in Europa, no. Io voglio per molti anni i dazi e le quote nel nostro paese, fino a che ci saremo riconvertiti dal punto di vista industriale". Auspicava la riconversione dell'industria e invece si è convertito lui. Ecco il Tremonti del 2009: ''Il protezionismo è negativo. Credo sia pericoloso non solo per le economie basate sull'export, e lo è anche l'economia italiana, ma lo è in senso assoluto, per le dinamiche politiche e di reazione di progressiva aggressività che il fenomeno comporta''. Una necessità vitale - i dazi - si trasformano nel giro di poche stagioni in un male assoluto. A non mutare è solo il linguaggio apodittico utilizzato da Tremonti. Sul perché della svolta c'è poco da dire: bloccare le merci cinesi significa rinunciare a prodotti a basso costo e avviare una guerra commerciale dalla quale, in quanto paese esportatore, usciremmo per primi perdenti.

Si dirà che un conto è stare all'opposizione e svolgere funzione di pungolo, un altro è mettersi alla barra del timone, con il mare peraltro in tempesta. Ma Tremonti è riuscito a cambiare idea anche durante l'anno e mezzo passato in via Venti Settembre. "Le banche dovranno pagare qualcosa in più di tasse", annunciò appena insediato quando il mondo creditizio era già scosso da dodici mesi da una tremenda crisi legata ai mutui subprime. Si sa come è finita: con Tremonti pronto a salvare le banche con i suoi bond. La finanziaria del 19 giugno 2008, approvata dopo nove minuti e mezzo, conteneva la stretta fiscale per i banchieri e i petrolieri. Quando la situazione delle banche è precipitata, dopo il fallimento a metà settembre 2008 della Lehman Brothers, Tremonti si è vantato di aver previsto tutto anticipando appunto la presentazione della finanziaria rispetto alla tradizionale data del 30 settembre. I dati sono lì a dimostrare che i ricconi da depredare con la Robin tax non erano poi tali. In realtà l'anticipo della finanziaria aveva una ragione esclusivamente tecnica: passare dal tradizionale disegno di legge (che lascia al Parlamento il compito di scrivere il testo) al varo di un decreto legge, immediatamente operativo, che il Parlamento può soltanto in fretta e furia provare a emendare. E' vero che il varo della legge finanziaria era diventato da tempo un estenuante rimpallo tra Camera e Senato, con il governo pesantemente in campo a colpi di fiducia e maxiemendamenti, ma è anche vero che abolire il rito del disegno di legge tradizionale ha cancellato cose positive. Il mese di ottobre, per esempio, era riservato alla audizioni parlamentari, durante le quali il paese discuteva sull'indirizzo da prendere nell'anno successivo, con interventi istituzionali di soggetti quali la Banca d'Italia, l'Istat, la Corte dei Conti. I quali consegnavano a parlamentari e senatori, e quindi all'opinione pubblica, documenti densi di riflessioni che spesso consentivano il miglioramento delle norme nel corso del dibattito.

Un'altra inversione a U è stata effettuata da Tremonti sul tema delle regole. Per anni il politico valtellinese ha giudicato ogni norma proveniente dall'Europa come lacci e lacciuoli in grado di frenare la libera iniziativa. "Di giorno l' Ue predica la liberalizzazione, di notte stende una coltre di regolamenti" (2003). "Credo che basta evitare di rompere le scatole alla gente con un eccesso di regole" (2008).

E nel 2009? "Se il male è stato l'assenza di regole, la cura può essere solo nella costruzione di regole." "Il punto fondamentale e strategico per la presidenza italiana del G8 è quello dell'ordine e delle regole". "Se vogliamo trovare una via d'uscita la soluzione non è il capitale, ma la regolamentazione contro l'anarchia finanziaria". Qui Tremonti avrebbe buon gioco a spiegare che esistono regole buone e regole cattive, regole utili e regole esageratamente vincolistiche. Ma resta il fatto che se la finanza si è mossa in un quadro povero di regole è stato anche perché tanti economisti hanno sostenuto che le regole fossero di per sé perniciose perché il mercato si sarebbe equilibrato da solo. In realtà se Tremonti punta sulle regole (e non sui "capitali") è perché in questo momento ha il potere di fare qualche legge ma non di allargare i cordoni della borsa e di tirar fuori soldi per un piano di salvataggio, visto il debito pubblico da 1.750 miliardi di euro accumulato dall'Italia nei decenni. 

Di recente ha fatto scalpore, soprattutto tra i suoi alleati di governo, la difesa strenua del posto di lavoro stabile: "Io non credo - ha detto  Tremonti - che la mobilità sia di per sé un valore, credo che per una struttura sociale come la nostra, il posto fisso sia la base su cui ognuno organizzi il proprio progetto di vita, crei la propria famiglia”.

Eppure lo stesso Tremonti l'8 luglio 2002 smontò in un colpo solo gli incentivi alle assunzioni e agli investimenti previsti dallo stato, bloccando addirittura quelli già maturati dalle imprese, che non potendo essere annullati sono stati poi diluiti in quindici anni. Erano incentivi automatici, con la formula del credito d'imposta ma saranno definitivamente incassati solo nel 2017. Alle imprese beffate non restò che associarsi in un comitato chiamato simbolicamente “8 luglio”.

Da allora Tremonti ha bloccato le assunzioni a tempo indeterminato nel pubblico impiego, ha lasciato a casa decine di migliaia di lavoratori della scuola, ha cambiato al volo una legge per impedire che i precari che avevano in corso una causa di lavoro con una società da lui controllata - Poste italiane - fossero effettivamente assunti. Quest'ultimo caso appare ai limiti del diabolico. Con un decreto legge del 25 giugno 2008, al comma 1 bis, si è introdotto in un decreto legislativo del 2001 un nuovo articolo, chiamato 4-bis, con il quale si dispone che chi ha in corso una causa di lavoro alla data di entrata in vigore del decreto (22 agosto 2008) se vince la causa per ottenere la conversione di un posto da precario a uno a tempo indeterminato avrà diritto soltanto a un risarcimento economico e non all'assunzione. Una norma in pieno contrasto con i principi professati dal Tremonti tifoso della stabilità del lavoro e anche da quelli previsti dalla Costituzione, al punto da essere stata cassata quest'anno dalla Corte costituzionale con la sentenza 214 che riporta un'asciutta motivazione: “Siffatta discriminazione è priva di ragionevolezza”. Per uno dei casi della vita, la sentenza della Consulta porta la data dell'8 luglio. 

Ma la svolta più clamorosa è forse quella sul ruolo della finanza. Tremonti ha infatti costruito la sua fortuna politica sull'abilità di risolvere con la finanza creativa i problemi contingenti del bilancio statale. Adesso sostiene che la crisi "non è la fine del mondo, ma la fine di un mondo. Un mondo drogato, truccato, tarato dalla folle vertigine della finanza". "In quale momento è iniziata la crisi? - spiega il ministro - quando si è spezzato l'equilibrio tra gli strumenti finanziari. Il principio è lo stesso della catena di Sant'Antonio nella teoria dello sviluppo lineare e perpetuo che ci indicava la globalizzazione". Eppure nel 2003 Tremonti aveva pensato di avviare in Italia una gigantesca catena di Sant'Antonio speculando sulla crescita lineare del mercato degli immobili. Come? Spingendo gli italiani a ipotecare le case di proprietà, per ottenere liquidità da utilizzare per incrementare i consumi. In pratica chi aveva una casetta tutta sua, come accade per la maggioranza delle famiglie italiane, doveva cederla a una banca accendendo un mutuo in cambio di contanti, per poi ricomprarsela a rate. In questo modo, secondo Tremonti, si poteva sostenere l'economia grazie all'impennata dei consumi, senza danni per nessuno perché - si leggeva nella bozza di Dpef "i prezzi delle abitazioni risultano costantemente in crescita dal 1998". E quindi è conveniente, per fare un esempio numerico, accendere un'ipoteca su una casa per 200 mila euro e ricomprarsela a rate se nel frattempo il valore della casa sale a 300 o 400 mila euro. Tremonti, con modestia, spiegava che l'idea non era sua ma l'aveva ripresa da "altri paesi". Il modello erano gli Stati Uniti, dove Gerge W. Bush aveva avviato nel 2002 un piano per garantire una casa a tutti gli americani con mutui a tassi bassi concessi anche a chi non aveva un lavoro regolare. Se la famiglia americana non riusciva a pagare il mutuo, la banca si poteva rifare vendendo la casa a un prezzo che, si scommetteva, sarebbe stato via via crescente.  

Ma è proprio qui l'illusione delle catene di Sant'Antonio: che i valori dei beni possano crescere all'infinito. I mutui concessi alle famiglie americane dal reddito incerto erano i famigerati mutui subprime (cioè concessi a clienti al di sotto - dal latino "sub" - del livello primario - dall'inglese "prime"). Le banche americane, temendo di restare con il cerino in mano, avevano ceduto il rischio ad altri soggetti, creando titoli dagli ingredienti oscuri e oggi definiti tossici, avvelenando la finanza e poi l'economia mondiale. Il mercato delle case si è bloccato nel 2007 e poco dopo è scoppiata la bolla del mattone. E se l'Italia non piange come gli Usa è perché per fortuna quel progetto del ministro è rimasto soltanto sulla carta. Qui resta un mistero sul perché Tremonti abbia cambiato idea già nel 2003. Che sia stato, per una volta, preveggente?