Secondo l’ultima dichiarazione dell’Aifa la pillola abortiva Ru486 dovrebbe essere commercializzata in Italia a partire dal 19 novembre. Il ministro Sacconi ha affermato che l’indagine conoscitiva condotta dal parlamento terminerà prima di questa data, ma non si escludono nuovi interventi volti a procrastinarne la diffusione.
Nella sua ultima dichiarazione il ministro ha inoltre affermato che l’indagine ha il fine di “verificare la compatibilità della pillola abortiva con la legge 194 che regola l'interruzione volontaria della gravidanza”.
Le giustificazioni addotte finora dai diversi esponenti del Pdl sono tuttavia molto discordanti fra loro e si ha l’impressione che ancora una volta si stia facendo dei corpi e delle vite delle donne l’oggetto di uno scontro politico.
La prima motivazione addotta dal senatore Gasparri per giustificare la necessità di un’indagine parlamentare è stata infatti la preoccupazione per eventuali rischi sulla salute delle donne che avrebbero fatto ricorso alla pillola abortiva. D’altra parte però non si comprende come possa spettare al parlamento verificare questo aspetto, dal momento che solo una commissione tecnico-scientifica sarebbe in grado di esprimersi in merito con competenza.
Ad oggi invece l’unico confronto condotto su basi scientifiche è stato quello svoltosi presso la Casa Internazionale delle donne di Roma il 10 ottobre scorso. Qui modalità e statistiche sono state discusse da donne medico, operatrici della legge 194 , parlamentari e donne delle associazioni femminili.
Al contrario l’indagine conoscitiva in corso al Senato sembra piuttosto un tentativo politico di impedire o comunque ostacolare l’accesso all’aborto farmacologico per le donne italiane.
La sottosegretaria alla salute Roccella ha comunque già dissipato ogni dubbio dichiarando che si tratta di un fatto politico perché la Ru486 è stata promossa da radicali e sinistra radicale.
Il senatore Gasparri ha poi dichiarato che “l’indagine offrirà elementi importanti per evitare la banalizzazione dell’aborto”, evidenziando come la reale preoccupazione sia che la possibilità di effettuare l’interruzione di gravidanza in modo meno doloroso possa indurre le donne a ricorrervi in misura maggiore. Contemporaneamente però gli esponenti del Pdl sostengono che è sbagliato credere che la pillola renderebbe l’interruzione di gravidanza indolore, per cui non si capisce perché temano che conduca ad una banalizzazione dell’aborto.
Altri si sono esposti in maniera più ambigua dichiarando, come Barbara Saltamartini responsabile pari opportunità del Pdl, che l’opposizione alla Ru486 mira a difendere il valore sociale della maternità.
Ora questo valore sociale della maternità sarebbe un concetto da chiarire.
Le donne in Italia non godono di alcun sostegno che le aiuti ad affrontare la scelta di diventare madri. Condizioni precarie di lavoro e discriminazione già nei processi di selezione in virtù del “rischio” di maternità, sono aspetti tristemente noti a tutti. Inoltre a differenza di altri paesi europei le donne non hanno diritto ad alcuna assistenza dopo essere state dimesse dall’ospedale. Studi recenti hanno invece evidenziato come la depressione post-partum e le sue conseguenze più drammatiche, fino ai casi di infanticidio, siano legate alla solitudine e al senso di abbandono sperimentato dalle donne dopo il ritorno a casa.
In Italia manca una rete sufficientemente estesa di asili pubblici e di altre strutture destinate ad accogliere i bambini mentre le madri lavorano ed è noto come l’unica vera forma di welfare siano le famiglie.
Insomma nulla lascia supporre che in Italia ci sia un riconoscimento del valore sociale delle donne e della maternità, ma ecco che paradossalmente è proprio questo che sta a cuore del centro-destra.
Cosa si intende allora per valore sociale della maternità? Che le donne sono naturalmente destinate ad essere madri e che nostro compito è la riproduzione della specie a prescindere dalla nostra volontà? Che vi è un destino biologico per ciascuna di noi che non possiamo contrastare?
Se così fosse ad essere in discussione non sarebbe tanto l’aborto farmacologico, quanto il diritto delle donne all’interruzione volontaria della gravidanza e la legge 194 che in Italia disciplina questa materia.
Mi sembra purtroppo che sia questa l’intenzione sottesa all’avversione del centro-destra nei confronti della pillola abortiva, anche perché la legge 194 non esclude la possibilità di interrompere la gravidanza attraverso strumenti alternativi all’intervento chirurgico, ma parla di somministrazione su prescrizione medica dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte.
Inoltre l’articolo 15 afferma il dovere delle regioni di promuovere l’aggiornamento del personale sanitario “sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità psichica e fisica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza”. Il legislatore prevedeva quindi la possibilità che la tecnica avrebbe messo a disposizione forme meno drammatiche di intervento. Del resto la Ru486 è già in uso in Francia dal 1988, nel resto d’Europa e negli Stati Uniti dal 2000 ed è stata adottata anche da Cina e Uzbekistan.
Infine quanto al vincolo posto dalla legge di effettuare l’interruzione di gravidanza all’interno di strutture pubbliche, l’Aifa ha già stabilito che anche la pillola abortiva potrà essere assunta solo presso le strutture ospedaliere e che la donna vi dovrà essere trattenuta fino ad aborto avvenuto.
L’idea che al centro dell’attacco ci sia non solo la pillola Ru486, ma la legge 194 e il diritto delle donne all’autodeterminazione è avvalorata da diversi segnali molto spesso taciuti.
In primo luogo in Italia manca una reale informazione sulla sessualità e la contraccezione, anzi si alimenta la confusione su questi temi finendo per limitare la consapevolezza delle donne e il diritto ad una scelta informata. Un esempio emblematico è quello della pillola del giorno che in Italia viene presentata come una pillola abortiva e che le donne ottengono solo dopo percorsi molto tortuosi e umilianti. In realtà l’Organizzazione mondiale della sanità l’ha classificata tra i contraccettivi e nel resto d’Europa è un farmaco da banco, che si vende cioè senza ricetta .
Vi è inoltre una continua criminalizzazione delle donne sia che ricorrano alla pillola del giorno dopo, sia che decidano di abortire. Per averne una conferma basta leggere i volantini diffusi nei consultori in cui l’interruzione di gravidanza è paragonata ad un omicidio, dimenticando che l’idea che la vita umana abbia inizio dal concepimento è un giudizio di valore, un dogma di fede rispettabilissimo, ma non un fatto scientifico o una verità che si debba necessariamente condividere.
Altra questione è quella dell’obiezione di coscienza che in Italia raggiunge livelli tali da impedire la corretta applicazione della legge 194. Sarebbe opportuno ricordare che la 194 è una legge dello stato vincolata costituzionalmente e che se il medico ha naturalmente diritto all’obiezione di coscienza, questo diritto non si applica alla struttura ospedaliera che al contrario deve garantire alla donna la prestazione sanitaria.
Date queste premesse risulta difficile credere che dietro il tentativo del centro-destra di ostacolare la diffusione della RU486 vi sia reale preoccupazione per la salute della donna e per la compatibilità con la legge 194. Il timore è che ancora una volta questo governo si appresti a prendere decisioni senza tenere conto della volontà di donne e uomini su questioni che interrogano la coscienza di ognuno, la cui libertà dovrebbe essere sempre rispettata, almeno all’interno di uno stato laico.
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