SCUDO FISCALE: UN’AMNISTIA CHE PREMIA GLI ELETTORI (DI BERLUSCONI)

Il cosiddetto ‘Scudo Fiscale’ messo a punto dal Governo Berlusconi è stato giustamente definito in un recente post apparso su FOLDER ‘un’amnistia che premia gli evasori’. Il punto che ci preme maggiormente sottolineare è che però gli evasori sono anche elettori – così come alcuni politici sono al contempo evasori. Le plausibili ‘sinergie’ fra un certo tipo di elettorato e certi leader politici rappresentano una delle molte peculiarità della politica italiana dalle conseguenze potenzialmente nefaste.

Sia chiaro: tali sinergie non sono certo costruzioni intellettuali ad opera degli osservatori politici più critici. Noi – osservatori critici – prendiamo semplicemente atto delle convinzioni tutt'altro che private del nostro Presidente del Consiglio (“la maggioranza degli italiani vorrebbe essere come me, si riconosce in me e condivide i miei comportamenti” La Repubblica, 7 Settembre 2009), e le condividiamo in sostanza. Vediamo perchè.

L’elettorato italiano ha assistito in una manciata di anni non solo alla caduta delle grandi ideologie novecentesche – ben simbolizzata dalla caduta del muro – ma anche alla ben più traumatica caduta dei grandi partiti di massa che queste ideologie incarnavano. Privi dei classici riferimenti che hanno puntellato la vita democratica sin dal dopoguerra, non sarebbe sorprendente se gli italiani scegliessero oggi i loro governanti “in base a ragioni personali, convinzioni, valori, aspirazioni ed aspettative, facendo uso di strategie conoscitive nelle quali la propria persona e quella dei candidati assumono un ruolo decisivo, a volte più importante di quello svolto dai programmi o dalle ideologie”1.

Attenzione però. La maggior importanza delle motivazioni ‘personali’ – e delle ‘persone’ in genere – nel mutato contesto non implica automaticamente che l’elettorato abbia fatto a meno del bisogno di identità politica (il bisogno di identificarsi, di sentirsi parte di un gruppo politico in quanto portatore di una visione del mondo condivisa dai suoi aderenti). Data però la natura post-ideologica, mediatica e fortemente leaderistica dei partiti della Seconda Repubblica, risulta difficile immaginare che gli italiani possano sviluppare un verace senso di identità con questi. Il motivo è molto semplice: l’Italia post-1994 è forse l’unico paese in Europa in cui tutti i leader politici e di partito sono in politica da ancor prima dell’esistenza dei rispettivi partiti.

E’ chiaro come in un contesto del genere siano i leader stessi a divenire punto di riferimento nel panorama politico – e di conseguenza oggetto prevalente di identificazione. Meglio ancora se smodatamente ricchi, potenti e fermamente intenzionati a fare di vizi privati (quelli sì, comuni a molti) pubblica virtù. Nei costumi sessuali come in altri ambiti in egual misura. Si prenda il caso dell’evasione fiscale. Durante la campagna elettorale del 2008, Silvio Berlusconi ha dichiarato pubblicamente:

“C’e una norma di diritto naturale che dice che se c’è uno Stato che chiede un terzo di quanto guadagni allora la tassazione ti appare una cosa giusta. Ma se ti chiede il 50-60% di ciò che guadagni, come accade per le imprese, ti sembra una cosa indebita e ti senti anche un pò giustificato a mettere in atto procedure di elusione e a volte anche di evasione"

In qualunque democrazia europea (per non parlare di quelle anglosassoni) l’inneggiare così ostentato alla disonestà fiscale sarebbe costato l’elezione anche al più popolare dei candidati. Ma come sapevamo già, l'Italia è un'altra storia. Dai dati dell’Istituto Cattaneo di Bologna risulta come il 64% (soltanto) dell’elettorato italiano ritenga l’evasione fiscale una pratica ‘mai giustificabile’. Questa percentuale non è però uniforme fra i vari strati dell’elettorato, ed anzi supera abbondantemente l’80% fra gli elettori del centro-sinistra, mentre fra i sostenitori della compagine di governo il dato risulta poco al di sopra del 50%. Vale a dire, un elettore di centro-destra su due considera (più o meno) giustificabile evadere il fisco.

Tralasciando considerazioni di tipo etico e morale a livello individuale, viene da chiedersi quale sia il vero pericolo di tali ‘sinergie’ a livello di sistema. E’ nostra convinzione che la maggior propensità a supportare le forze politiche oggi al governo da parte di quanti tendano a ritenere l’evasione fiscale un comportamento giustificabile sia, soprattutto, un evidente ostacolo ad una discussione seria sulla riforma – quantomai necessaria – del sistema fiscale. Un sistema, questo, oltremodo gravoso tanto per le famiglie (aliquote troppo alte in relazione alla qualità dei servizi pubblici erogati) quanto per le imprese (troppi balzelli, bolli e imposte). Una discussione ‘seria’ che partisse da questo presupposto dovrebbe perciò focalizzarsi su di un punto cruciale: la lotta serrata all’evasione fiscale in funzione di ‘pagare tutti per pagare meno’. Ma è chiara una cosa: all’evasore poco importa di pagare meno – l’evasore non paga per definizione. Il problema è che all’indomani di una riforma fiscale seria e responsabile dovrebbero pagare tutti – anche quelli che fino a ieri erano evasori.

Purtroppo, come abbiamo già detto, gli evasori sono anche elettori. Ed anzi, la maggior parte di questi è dalla parte di chi oggi siede al governo. Viene da chiedersi: continuerebbero ad esserlo se questo governo li obbligasse a pagare? E questo governo, sarebbe disposto a barattare consenso in cambio di gettito fiscale? Da parte nostra, nutriamo forti dubbi in una risposta affermativa a queste domande.

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