Fare impresa in Italia, tra difficoltà e necessità di riforme

Il rapporto Doing Business della World Bank analizza ogni anno i principali aspetti relativi al “fare impresa” in 183 paesi. La pubblicazione relativa al 2010, da poco disponibile, segnala, anche in maniera più evidente degli anni precedenti, la situazione critica del nostro paese. L’Italia occupa infatti il 78esimo posto della classifica generale, peggiorando di 4 posizioni il risultato relativo al report del 2009. La difficoltà delle imprese italiane, soprattutto in un momento di crisi, non è affatto alleviata dal contesto di regole e istituzioni presenti nel nostro paese.

 

Uno degli aspetti in cui l’Italia, nell’ultimo anno, ha subito un arretramento maggiore, è la fase di avvio di una nuova attività. Il nostro paese in un solo anno riesce a perdere 21 posizioni, scendendo al 75esimo posto nella classifica relativa. Aprire una società a responsabilità limitata a Roma non è particolarmente complesso dal punto di vista procedurale (siamo in media con il resto dei paesi europei) ma è davvero molto costoso. Per l’avvio di una nuova attività è infatti necessario sborsare una somma pari al 18 per cento del reddito pro capite italiano, circa 4.300 euro1. Rispetto ai paesi europei, dove in media si paga il 5 per cento, solo la Polonia raggiunge il valore italiano e solamente in altri 3 paesi (Grecia, Cipro e Spagna) il costo supera il 10 per cento del reddito pro capite.

Molte economie del nostro continente sono distanti dai nostri valori, basti pensare che i costi in Danimarca, Irlanda, Svezia, Regno Unito, Finlandia e Francia non arrivano all’1 per cento del reddito nazionale pro capite.

 

Un altro aspetto che contribuisce a rendere meno dinamica e flessibile l’attività economica nel nostro paese è il numero di procedure richieste, ed i costi connessi, per i passaggi di proprietà di beni immobili. Trasferire la proprietà di un immobile dal valore di 1 milione e 300 mila euro a Roma costa circa 60 mila euro. Il 4.6 per cento del valore della proprietà costituisce quindi il costo dell’operazione. A pesare su tale valore sono soprattutto le imposte ipotecarie e catastali, ma anche gli elevati costi notarili. Il numero di procedure necessarie per perfezionare il passaggio di proprietà sono 8, 3 in più della media europea. Anche la tempistica non è particolarmente favorevole: l’Italia, con 27 giorni, occupa il 13esimo posto nella classifica europea (va però detto che in questo caso due paesi avanzati come Francia e Germania sono dietro al nostro paese, rispettivamente con 98 e 40 giorni). Da sottolineare che molto tempo viene sprecato nell’attesa dei documenti necessari da richiedere al comune.

Anche il pagamento delle tasse, soprattutto per le imprese di piccole e medie dimensioni, costituisce un problema molto rilevante. Da questo punto di vista l’Italia si colloca al 135esimo posto sulle 183 economie OECD considerate. Il confronto con i paesi europei è davvero impietoso. Pagare le tasse rappresenta certamente un costo evidente ma, nel nostro paese, costituisce anche un’immensa perdita di tempo: sono 334 le ore all’anno necessarie solo per il pagamento di IVA, IRES e contributi sociali. Una fonte di stress non trascurabile che aumenta il costo psicologico connesso al pagamento.

La nota dolente rimane comunque il costo effettivo della tassazione. La percentuale di profitti dell’impresa necessari per il pagamento delle imposte2 è pari a 68.4. Quasi il 70 per cento di quanto l’imprenditore ha ottenuto viene perso. In questo caso l’Italia è il fanalino di coda dell’Unione Europea, molto distante anche dalla media, del 44.5 per cento.

E’ chiaro che, con questi numeri, si riduce decisamente l’incentivo per ogni imprenditore ad intraprendere una nuova attività, visto il contesto ostile in cui ci si trova ad operare.

 

Un ultimo aspetto da sottolineare è l’eccessiva lentezza dell’apparato giudiziario e il numero elevato di procedure necessarie per dare attuazione ad un contratto. Prendiamo in esame la seguente fattispecie: un venditore consegna all’acquirente alcuni beni (per un valore pari a circa 47 mila euro3) che quest’ultimo si rifiuta di pagare sostenendo che questi non siano di qualità adeguata; in giudizio la sentenza è a favore del venditore, che deve quindi ottenere il pagamento dall’acquirente. Per risolvere questo tipo di controversia (abbastanza standard e semplice) sono addirittura 1.210 i giorni necessari; di questi, ben 900 si perdono per l’attesa del processo e del giudizio. In Europa, solamente in Slovenia si impiega un tempo superiore, mentre in Francia, Germania, Regno Unito e Spagna i tempi sono rispettivamente di 331, 394, 399 e 515 giorni, sensibilmente al di sotto del valore italiano.

Con tempi così dilatati, ovviamente nel nostro paese sono alti anche i costi: il 30 per cento dell’importo che il venditore otterrà con la sentenza sarà già stato speso per ottenere la sentenza stessa. Un valore di 10 punti percentuali superiore alla media europea. Visti questi numeri, nella classifica generale riguardo al funzionamento della giustizia l’Italia arriva solo al 156esimo posto.

 

Abbiamo analizzato solo alcuni degli aspetti con cui, ogni singolo giorno, gli imprenditori italiani hanno a che fare. Un tessuto produttivo basato sulla piccola e media impresa deve fare del dinamismo il fattore cruciale di sviluppo. La creatività e le idee innovative rischiano però di rimanere imbrigliate in un contesto ostile, fatto di regole e istituzioni che male si coniugano con le esigenze di una economia moderna che voglia superare degnamente la crisi economica in atto. Ripartire da riforme strutturali è quindi un primo passo per semplificare la possibilità di fare impresa nel nostro paese. La necessità di un governo capace di cogliere i problemi della piccola e media impresa e capace di mettere mano sin da subito ai problemi strutturali noti a tutti è quello di cui questo paese ha bisogno, ora più che mai. E questo governo, così impegnato ad approvare amnistie fiscali e leggi ad personam, non sembra affatto adeguato ad assolvere un compito così importante.

 

1 Il reddito nazionale lordo pro capite considerato nel Doing Business Report è pari a 35’236.49 dollari. E’ stato applicato un tasso di cambio pari a 0.6789€/$.

2 Vengono considerati tutti i tipi di imposte che una piccola-media impresa può dover pagare. Per una descrizione dettagliata si veda http://www.doingbusiness.org/ExploreTopics/PayingTaxes/Details.aspx?economyid=96

3 Valore calcolato come 200% del reddito nazionale pro capite in dollari, convertito in euro come da nota 1.

 

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Leggendo i vari articoli su giornali e rivise, partecipando a convegni sul tema, si può facilmente ricordare la favola di Pinocchio quando, al suo capezzale si riunirono molti sapiendi perchè tutti avevano la ricetta giusta per guarire il malato; alla fine Pinocchio fece bene a fuggire prima che lo uccidessero.
Per gli artigiani italiani succede la stessa cosa.
Nell'articolo viene accennato la lentezza della giustizia ma non basta!!!!!!!!!!!
E' importante fare leggi che tutelino il credito e punisca con il risarcimento, anche forzato, i prestanome nullatenenti con i quali si continua a frodare senza poter riscuotere il credito da nessuno.
Inoltre, sarebbe importante eliminare il vizio del pagamento posticipato; a fine lavoro il saldo e non a 180/200 giorni.
Altro che accesso al credito, così oltre a perdere soldi per il ritardato pagamento li perdiamo anche ingrassando quelle banche che ci hanno ridotto all'osso e senza credito, permetteteci di riscuotere e vedrete che, noi artigiani, non abbiamo bisogno di nessuno.
La sig.ra Marcegaglia perchè piange sempre e non paga per tempo i conti? sono gli artigiani che finanziano le industrie è ora di finirla.

Un cordiale saluto