Quale modello di solidarietà per i lavoratori in tempi di crisi e precariato?

Il 28 settembre un dipendente di France Telecom si è suicidato gettandosi da un viadotto ad Alby-sur-Chéran, in Alta Savoia. Si tratta del ventiquattresimo caso che coinvolge dipendenti della società, una catena di morti cominciata nel febbraio 2008, ma che sta acquisendo una frequenza estremamente preoccupante, con sei suicidi nel corso della sola estate 2009. Costanti nei messaggi di addio lasciati da uomini e donne i riferimenti alla situazione lavorativa divenuta ormai insostenibile, a causa di un processo di ristrutturazione che dal 2004, da quando la società precedentemente pubblica è stata privatizzata, ha sconvolto le vite degli oltre 100.000 dipendenti.
Di fronte a questa serie di eventi drammatici la società ha accettato la richiesta del governo di bloccare fino al 31 ottobre il piano di mobilità e si è impegnata ad adottare misure per mitigare gli effetti della ristrutturazione sui dipendenti ricorrendo anche ad esperti che possano riconoscere in tempo i sintomi del disagio; d’altra parte i vertici aziendali hanno dichiarato che il tasso di suicidi è normale considerate le dimensioni dell’azienda e che non è possibile interrompere la ristrutturazione in atto.
E’ noto che l’azienda sta premendo da tempo sui lavoratori perché rinuncino volontariamente all’impiego e negli ultimi tre anni 22.000 dipendenti si sono dimessi spontaneamente. Coloro che tentano di resistere segnalano tuttavia che il management sta facendo ricorso a vere e proprie intimidazioni, generando un clima generale di profondo disagio. Non si tratta solo dell’incubo di perdere il lavoro: mobilità obbligata, il passaggio per molti dipendenti impiegati per anni in mansioni altamente qualificate a ruoli devalorizzanti, i ritmi di lavoro eccessivi hanno contribuito a generare un malessere diffuso, per cui ogni nuovo cambiamento rischia ora di trasformarsi nella causa di nuove tragedie. Come per la donna di 32 anni che solo poche settimane fa si è suicidata gettandosi dalla finestra del suo ufficio; secondo l’azienda aveva appena saputo che avrebbe avuto un nuovo capo e a causa della propria personale fragilità non ha sopportato la notizia, ma è difficile credere che questo basti a spiegare un gesto così disperato.
La tendenza ad attribuire la causa di questi gesti alla vulnerabilità delle persone che li compiono deve tener conto del fatto che ci troviamo di fronte all’esplosione di un fenomeno di proporzioni sconosciute fino a quarant’anni fa e non più riconducibile semplicemente a fattori personali.
Non solo France Telecom non è la prima azienda a registrare suicidi fra i lavoratori, pensiamo ai casi in Renault e Peugeot, ma la Francia ha il più alto tasso di suicidi legati a problemi di lavoro in Europa, fra i 300 e i 400 casi all’anno, e anche in Italia la crisi sta spingendo al suicidio sempre più persone. Solo pochi giorni fa in provincia di Frosinone un uomo di quarantanove anni laureato in matematica e fisica, occupato in maniera precaria come muratore, si è suicidato alla notizia che la ditta per cui lavorava non aveva più bisogno di lui.
Un recente studio dal titolo “Suicide et travail, que faire?”, condotto dallo psicoanalista Christophe Dejours, ha evidenziato come fino a pochi decenni fa non si manifestassero frequentemente casi di suicidio per motivi lavorativi, nonostante i lavoratori dovessero naturalmente gestire difficoltà e sofferenze analoghe a quelle attuali, grazie alla possibilità di contare su comunità solidali e su strategie collettive di resistenza. A questo clima di condivisione, secondo Dejours, è subentrata negli ultimi decenni una “destrutturazione della solidarietà fra i lavoratori”, per cui problemi che riguardano migliaia di persone diventano insostenibili per il singolo perché vengono affrontati in assenza di un sostegno collettivo. Dejours individua all’origine di questo cambiamento modelli aziendali che premiano solo il successo individuale e non alimentano la cooperazione fra colleghi, impoverendo l’ambiente lavorativo e le relazioni sociali che ne costituiscono parte determinante.
D’altra parte però i cambiamenti intervenuti negli ultimi anni nel mercato del lavoro hanno prodotto spostamenti significativi rispetto agli scenari cui Dejours si riferisce. Oggi non è scontato che i lavoratori della stessa azienda condividano la medesima condizione contrattuale, godano delle stesse tutele e corrano gli stessi rischi, così da poter sviluppare un senso di solidarietà che li sostenga nelle fasi più difficili della vita lavorativa. Più in generale all’isolamento e alla solitudine contribuisce un clima di continua incertezza e di esiguità di risorse in cui tutte le posizioni sono costantemente a rischio e il successo dell’altro viene vissuto come una minaccia alla sicurezza del proprio impiego o alla speranza di ottenerla in futuro. La vera sfida consiste nel ricostruire un tessuto di solidarietà sociale a partire da questa situazione, da un mondo del lavoro profondamente cambiato, che non la genera più automaticamente e che troppo spesso la esclude.

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