Il lavoro e il welfare delle donne

Il lavoro e il welfare delle donne. Temi spesso al centro dello scontro politico, ma difficilmente affrontati fuori dalla retorica e dalle frasi di circostanza.

E’ successo anche in occasione del recente dibattito parlamentare per l’approvazione della norma proposta dal governo che ha elevato,  nel solo pubblico impiego,  l’età pensionabile delle donne da 60 a 65 anni. In questa circostanza credo che, ancora una volta, il centrosinistra si sia lasciato sfuggire una vera sfida riformista e di questo vorrei confrontarmi con voi.

L’iniziativa del governo prendeva a pretesto una procedura di infrazione aperta dall’Unione Europea all’Italia per il differente trattamento pensionistico tra uomini (che vanno in pensione a 65 anni) e donne (che vanno in pensione a 60 anni) e chiedeva all’Italia di uniformare la normativa. Dico che è stato un pretesto, perché il governo aveva bisogno di rastrellare quattrini e non gli è parso vero di avere una scusa per mettere le mani sulle pensioni delle donne, e fare cassa. Mentre, invece, le procedure di infrazione che non gli fanno comodo (vedi Rete 4) restano nel cassetto per lustri.

Ora che la breccia è aperta, credo non ci vorrà molto perché dal pubblico impiego si passi ai 65 anni anche nel settore privato e se, a farlo, sarà questo governo, ancora una volta farà soltanto cassa a spese delle donne.

La sinistra riformista, a mio avviso, avrebbe dovuto accettare la sfida dell’equiparazione della pensione a 65 anni per tutti, sia nel pubblico che nel privato, ma avrebbe al contempo dovuto affermare con forza che quei soldi risparmiati sono e devono restare delle donne.

Oggi in Italia l’occupazione femminile supera di poco il 40%, ed è quasi del 20% inferiore alla media dei paesi europei più progrediti. Non solo, gli stipendi delle donne  sono in media del 20-25% inferiori a quelli degli uomini nel settore privato. E questo è dovuto soprattutto al fatto che lo stato scarica sui privati (donne e imprese) il costo sociale della maternità e del ruolo che la donna svolge all’interno della famiglia.  Per cui è evidente che all’impresa il lavoro femminile “conviene” di meno.

La pensione a 60 anni remunera la donna di tutti questi svantaggi, ma forse non lo fa nel modo più giusto.

Innanzitutto perché non è uno strumento “inclusivo” di equità sociale: se ne avvantaggia cioè soltanto quel 40% di donne che lavora, non serve a portare più donne nel mondo del lavoro. Inoltre interviene a posteriori, non nella fase della vita in cui una donna spesso cumula sulle sue spalle il triplice ruolo di lavoratrice, madre e di conduzione della famiglia.

Con i risparmi derivanti dall’innalzamento dell’età pensionabile è invece ancora possibile istituire, sul modello di paesi come Germania, Francia  e paesi del Nord uno stato sociale che accompagni la famiglia nella fase della maternità.

Penso ad una rete di asili nido davvero capillare (oggi coprono solo il 10% della domanda) che facciano orari sovrapponibili a quelli di lavoro.

Penso a contributi statali per costruire asili nido aziendali  nelle medie e grandi aziende

Penso ad un ampliamento del tempo di congedo per maternità.

Penso all’ipotesi di potersi avvalere (obbligatoriamente per il datore di lavoro) del part – time nel primo anno di vita del bambino prevedendo agevolazioni contributive per l’azienda.

Penso ad un assegno integrativo del reddito familiare, per uno o due anni, per quel coniuge che decide di abbandonare temporaneamente il lavoro per seguire un neonato, prevedendo altresì agevolazioni per le aziende che poi riassumono il coniuge che rientra nel mercato del lavoro.

Sono tutte misure che avrebbero effetti straordinari sia sulle famiglie sia sull’economia del paese. Porterebbero molte più donne a lavorare (e si tratta di donne che spesso hanno un alto titolo di studio e potrebbero  ricoprire alti profili professionali), nascerebbero più figli, risollevando una curva demografica che nel nostro paese è miseramente piatta. Creerebbero più crescita e più occupazione. Tenderebbero a ridurre le differenze salariali tra uomo e donna.

Si tratterebbe insomma non solo, come oggi, di riconoscere un vantaggio a quella minoranza di donne che ha lavorato, ma di creare un vero e proprio investimento sociale a vantaggio di tutte le donne e della società italiana nel suo complesso.

On. Massimo Donadi
da www.massimodonadi.it

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