La tragedia di Sanaa, tra violenza di genere e conflitto identitario.

L’omicidio della giovane Sanaa Dafani ha riaperto il dibattito sulla convivenza con i musulmani presenti sul territorio italiano, facendo riemergere le preoccupanti posizioni di una destra che strumentalizza gli episodi di violenza contro le donne commessi da stranieri per giustificare le derive securitarie cui assistiamo ormai da mesi. Alla guida dell’assalto naturalmente la Lega Nord, che ha prontamente spiegato la vicenda in termini di fondamentalismo islamico, l’ennesima semplificazione dietro cui ormai si fatica a riconoscere della buona fede perché continuamente non fa che solleticare le paure e le reazioni più istintive degli italiani, ostacolando ogni tentativo di riflessione.

Semplificare può essere rassicurante e aiuta di certo a sentirsi privi di responsabilità nei confronti di quel che accade intorno a noi, tutt’al più tenuti a difendercene, ma di certo non è il miglior modo per confrontarsi con questioni che prima o poi dovremo avere il coraggio di interrogare senza nasconderci dietro facili pregiudizi. Queste questioni sono la violenza di genere da una parte e le difficoltà connesse alle dinamiche dei movimenti migratori e dell’integrazione nei paesi di accoglienza dall’altra.

In primo luogo parlo di violenza di genere perché Sanaa era prima di tutto una donna e poi figlia, marocchina, musulmana. E in quanto donna Sanaa è stata punita per aver preteso di decidere da sé, di essere libera, disobbedendo all’autorità di un uomo, il padre in questo caso, che aveva altri progetti per lei e a cui non le era concesso di opporsi.

Non c’è bisogno di ricordare, come è stato fatto da più parti, quanto questi delitti fossero comuni in Italia solo pochi decenni fa, perché sono vicende ancora attuali anche per noi: il 13 giugno il padre della diciottenne Sabrina uccide a sprangate il suo ragazzo perché non voleva che lei lo frequentasse; il 7 agosto a Varese un uomo di 42 anni ha ucciso moglie e figli  per poi uccidersi con il gas di scarico della sua auto; il 26 agosto Irene viene uccisa con un colpo di pistola a Sulmona dal padre perché rifiutava di disintossicarsi dalla droga; il 29 agosto a Salerno un uomo di 39 anni ha ucciso la moglie e poi ha tentato di suicidarsi. Che la giustificazione sia l’onore o la diversa religione, la gelosia o la preoccupazione, dietro vi è comunque la convinzione che una donna non possa decidere da sé della propria vita, che debba obbedire e moderarsi, sopportare, subire. In fondo gli stupri, le violenze domestiche, gli omicidi sono solo la punta di un iceberg rispetto ad  una sottomissione femminile che è stata per secoli supporto dell’identità e della presunta superiorità maschile.

Per certi versi il segno della violenza cui assistiamo oggi è diverso, anche se al centro vi è comunque il rifiuto della libertà femminile: in passato non prevista e quindi scandalosa anche nei più piccoli gesti di autonomia, oggi pervasiva e perciò destabilizzante per l’identità maschile. Con l’inclusione delle donne in tutti gli ambienti del vivere comune, con la maggiore istruzione, la femminilizzazione del lavoro, la libertà sessuale, l’indipendenza economica, l’autodeterminazione femminile è vissuta oggi più che mai come minaccia alla virilità di uomini, da sempre beneficiari di un indiscusso potere sui corpi e sulle volontà delle donne, che ora assistono sconcertati alla perdita di questo controllo.

La libertà femminile sottrae agli uomini quel supporto alla propria identità e li lascia rabbiosi e disorientati. D’altra parte nessuno li aiuta a gestire questo cambiamento epocale, la questione non fa parte del dibattito comune, l’esperienza non è condivisa nello spazio pubblico; le risposte solitarie alla frustrazione sono però drammaticamente simili, sono sempre risposte di violenza o di depressione.

Tuttavia credo che interpretare quel che è accaduto a Sanaa, e i tanti casi non noti, solo in termini di violenza di genere significherebbe cadere in un altro facile riduzionismo. C’è, bisogna ammetterlo, anche un problema culturale, di cui la religione certamente fa parte in quanto forma determinante della cultura, ma che non riguarda solo la religione né tanto meno solo quella islamica.

Mi sembra che quello in atto sia un conflitto, doloroso ma importantissimo e ineludibile, fra vecchie e nuove generazioni all’interno di un contesto di migrazione e di difficile integrazione: da una parte genitori immigrati che tentano di salvare la propria tradizione, unica superstite di un passato abbandonato con la propria terra, spesso in contrasto con quella dei paesi di accoglienza, dall’altra giovani cresciuti nei paesi ospiti che cercano a loro modo di declinare un’identità multipla, di conciliare il passato e il futuro, entrando necessariamente in collisione con certe parti della propria cultura e con chi si propone di difenderla. Conflitto generazionale e conflitto culturale si sovrappongono e si complicano a vicenda, perché da una parte spesso i genitori falliscono nel tentativo di trasmettere ai figli quelle tradizioni che vorrebbero perpetuare e dall’altra nelle scelte e nei comportamenti dei giovani essi scorgono continuamente segnali di una contaminazione da parte del contesto in cui essi stessi li hanno condotti senza comprenderlo appieno, spesso guardandolo con sospetto e paura. Giovani che parlano la lingua e i dialetti dei paesi di accoglienza, ne ascoltano la musica, ne conoscono le abitudini e che diventano agli occhi dei genitori più estranei di quei nativi con cui pure hanno accettato di confrontarsi, perché l’estraneità dei propri figli è una sorta di tradimento.

Qualcuno ha tentato di avvalorare l’idea di un conflitto irrisolvibile fra Noi e Loro, sostenendo che il padre di Sanaa era perfettamente integrato perché da anni lavorava in Italia, come integrato era il padre di Hiina Saleem, la ragazza uccisa a Brescia tre anni fa, e tuttavia questo non è stato sufficiente ad evitare quanto è accaduto. Far coincidere l’integrazione con l’avere un lavoro mi sembra un’altra mossa azzardata. Certamente il lavoro è il primo strumento per favorire l’integrazione, ma l’ostilità, la diffidenza e la marginalità che gli stranieri sperimentano richiedono maggiore apertura e un impegno collettivo di mediazione culturale perché le distanze non diventino incolmabili. Noi, mi sembra, abbiamo troppa fretta di chiudere la questione, di prendere le distanze dall’Altro, poca volontà di interrogare la nostra paura e la nostra somiglianza. Eppure negli ultimi cinque anni il numero di stranieri presenti in Italia è quasi raddoppiato, una tendenza destinata a consolidarsi e tra l’altro necessaria visto l’andamento demografico del nostro paese. Forse quella volontà dovremmo trovarla.

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