Perché non è una questione privata

Dopo diversi mesi di discussioni e polemiche sembra che il dibattito intorno agli scandali sessuali relativi al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi si trascini invano, senza mettere in discussione la sua credibilità politica per buona parte dell’opinione pubblica. Un effetto c’è stato, però, quello di portare ad una maggiore attenzione la disinformazione in cui viviamo e le strategie intimidatorie costantemente messe in atto dal premier contro chiunque osi raccontare una verità diversa dalla sua. E tuttavia mi sembra che questo dibattito abbia mancato volutamente di approfondire i nodi più importanti della questione.

Che la vita sessuale di un politico sia faccenda privata è cosa che si potrebbe assumere con una certa tranquillità. Anche se altrove nel mondo vicende come quelle italiane avrebbero condotto alle immeditate dimissioni del personaggio coinvolto, sappiamo bene che gli italiani sono ben propensi a perdonare scappatelle e scandali in nome della tradizionale virilità italica e a ragionare con la ben nota doppia morale che ci vede intransigenti cattolici e moralisti, ma solo in linea di principio.

Le questioni da affrontare tuttavia non sono affatto vicende private. Basti ricordare che agli inizi di questa storia si colloca l’intervento di Sofia Ventura dal magazine di Farefuturo – la fondazione presieduta da Gianfranco Fini- in merito alle  candidature femminili proposte alle elezioni europee. La giornalista sottolineava come il problema della scarsa presenza delle donne in politica non si potesse risolvere col reclutamento di giovani avvenenti, prive di qualunque esperienza politica e scelte “allo scopo di proiettare una (falsa) immagine di freschezza e rinnovamento”. A questo intervento fece seguito la lettera di Veronica Lario che si associava alla posizione espressa della giornalista e definiva “ciarpame senza pudore” l’uso fatto dei corpi femminili e denunciava come questo offendesse tutte le donne. L’intervento della Lario è stato prontamente delegittimato come la reazione eccessiva di una donna tradita ed è poi stata accusata a sua volta di tradimento, nonostante le sue parole non avessero nulla a che vedere col risentimento. L’invito di Veronica Lario era piuttosto rivolto a difendere la credibilità delle istituzioni e di tutte le altre donne che rischiano di essere associate al medesimo malcostume. D’altra parte la storia potrebbe avere un inizio ancora precedente nella vicenda delle intercettazioni osée che rivelerebbero scabrosi rapporti fra il premier Berlusconi e la ministra Carfagna e nello scandalo che sarebbe, forse, esploso se le intercettazioni fossero state rese pubbliche. Di fatto lo scandalo non c’è stato, l’affare si è lentamente sgonfiato, ma poiché le prove non sono state esposte non si può dire che i dubbi siano stati dissipati.

Mi sembra che, nonostante il dibattito sia stato abilmente dirottato sulla violazione della privacy del premier, questo sia il punto cruciale di tutta questa sordida storia perché se rilevante non è il comportamento privato, lo sono certamente  le sue conseguenze pubbliche, politiche.

La prima conseguenza riguarda l’uso di affidare importanti cariche istituzionali come premio a donne che si sono distinte per rapporti privilegiati o addirittura per favori sessuali nei confronti di uomini al potere. Questo malcostume, oltre a falsare il meccanismo della rappresentanza e a privare le donne e gli uomini veramente capaci di pari opportunità d’accesso alle istituzioni, mina anche la credibilità di tutte le donne che invece raggiungono i propri traguardi, più o meno grandi, in virtù del proprio talento. Le donne conoscono bene la fatica di competere con i colleghi uomini lottando contro pregiudizi presenti in ogni ambito lavorativo, accademico o istituzionale e di certo la vicenda finisce per rafforzare gli stereotipi che ostacolano il riconoscimento del talento femminile.

La seconda conseguenza è  che, nelle parole della giornalista Ida Dominijanni (Il Manifesto, 30 aprile 2009, “La favola del grande seduttore”) la libertà conquistata dalle donne nei decenni passati viene ridotta “a libertà di apparire in tv e di vendersi come gadget al circuito del potere”. Una conseguenza che incide quindi al livello dell’immaginario sociale: l’Italia vanta una tradizione femminista più ricca di quanto circoli nel senso comune e ancora viva nel pensiero e nelle azioni di molte donne e di alcuni uomini, che concepisce la libertà femminile al di là della posizione seconda o derivata dai valori maschili e correnti. Oggi il rischio è di tornare ancora a dipingere le donne come puri corpi funzionali al piacere di uomini di potere, che ne dispongono e possono concedere loro il successo come ricompensa. Questo effetto sull’immaginario non solo ha autorizzato gli uomini a usare spudoratamente termini come quello di “utilizzatore finale”, come se la donna fosse un servizio di cui si usufruisce, ma incide anche sulla rappresentazione che le donne, soprattutto le più giovani, hanno di loro stesse. Se sconvolge che la qualifica di femminista sia percepita come un insulto da tante giovanissime, che pure hanno ereditato la libertà di cui godono proprio da quelle lotte, preoccupa anche che si diffonda l’idea che la strada per giungere alla realizzazione professionale per una donna passi sempre più per l’esibizione e, in certi casi, la messa a disposizione del proprio corpo. Non sto cercando di demonizzare le veline, facendone un insulto, perché resta fondamentale prima di tutto la difesa della libertà di scelta femminile, ma io mi chiedo: quanta libertà rimane quando i modelli femminili, della moda, della televisione, dello spettacolo, e addirittura della politica, sono sempre più segnati dall’ossessione per il corpo, per il sesso e sempre meno valorizzano e premiano le capacità, l’intelligenza e il talento delle donne?

Infine una terza conseguenza: come conciliare l’intransigenza del governo Berlusconi durante il caso Englaro, la pronta reazione alle lamentele della chiesa contro l’introduzione in Italia della pillola abortiva RU486 e in generale l’atteggiamento di zelanti servitori della causa cattolica con le vicende sessuali del premier e con l’assoluta solidarietà dei suoi colleghi? Se la vita sessuale del presidente del consiglio è “questione privata” non dovrebbero essere materia di scelta personale anche questioni che riguardano la nostra vita, dal testamento biologico, all’aborto alle coppie di fatto? Sono questi i problemi particolarmente rilevanti per le donne, troppo spesso oggetto di discorsi e norme che ne limitano l’autodeterminazione, in nome di un’illimitata difesa della vita la cui compatibilità con uno stato laico sarebbe quanto meno da discutere, e che così rivelano un’oscura complicità con i discorsi sulle “libertà sessuali” degli uomini al potere. 
 

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