L’Unione europea vive uno dei momenti più difficili della sua storia recente. La crisi della Grecia e i pericoli che questa potesse contagiare altri paesi membri dell’Unione europea hanno rappresentato, nelle scorse settimane, e continuano a rappresentare una seria minaccia alla sopravvivenza dell’euro e della stessa Unione europea.
In molti paesi europei (ma anche di altre aree del mondo) i governi hanno reagito alla crisi finanziaria dello scorso anno con un forte aumento della spesa pubblica, sia per salvare le banche in difficoltà sia per sostenere la domanda interna. Il risultato di queste politiche di maggiore spesa pubblica è stato un forte aumento dell’indebitamento e quindi dei debiti pubblici in tutti i paesi europei.
Molti investitori, soprattutto i grandi investitori istituzioni stranieri, hanno iniziato però a temere che alcuni paesi potessero non essere in grado di ripagare i debiti pubblici accumulati. Per ripagare il debito pubblico sarebbero infatti necessari, negli anni futuri, grandi avanzi pubblici (entrate in eccesso rispetto alle spese pubbliche); e questo potrebbe significare molte più tasse e robusti tagli alla spesa pubblica. I mercati hanno iniziato a pensare che nel caso della Grecia questo scenario futuro potesse non essere sostenibile. Quando gli investitori iniziano a dubitare sulla sostenibilità del debito di un paese, richiedono rendimenti sempre più elevati per farsi convincere ad acquistare i titoli pubblici di quel paese, al fine di compensare la maggiore rischiosità di quei titoli stessi. Questo fenomeno comporta un aumento della spesa pubblica per interessi e quindi a sua volta accresce il rischio di insolvenza del paese in questione avviando magari un circolo vizioso: tassi più alti, più spesa pubblica, maggiore rischiosità percepita dei titoli di quel paese, tassi ancora più alto e così via. Lungo questa strada si può arrivare a una situazione nella quale non esiste più un tasso di interesse alto a sufficienza per compensare la rischiosità dei titoli pubblici di quel paese e quindi i risparmiatori e gli investitori in generale smettono di comprare i titoli in questione. A questo punto la crisi finanziaria sfocia in un fallimento dello Stato (default) e una rinegoziazione del debito, come avvenuto in Argentina negli anni ’90 oppure il debito viene acquistato dalla banca centrale, trasformato quindi in moneta (monetizzato) con la conseguenza di una forte inflazione e una forte svalutazione del cambio
Nel caso della Grecia, la strada della monetizzazione del debito è preclusa dal fatto che la Grecia è parte dell’unione monetaria europea. Nessun paese membro può infatti costringere la Banca centrale europea ad acquistare propri titoli pubblici. Lo scenario catastrofico quindi potrebbe essere quello di una crisi di insolvenza, la dichiarazione di fallimento e una rinegoziazione del debito stesso. La Grecia ha accumulato un debito pubblico pari al 120 per cento del pil, è un paese con fortissima evasione fiscale, con una spesa pubblica in aumento senza controllo, con un grado di corruzione profondo.
La solvibilità di un paese è data in ultima istanza dalla crescita economica: un paese che cresce riuscirà a produrre molto gettito fiscale che sarà sufficiente per pagare il debito, questo spiega perché si pone così tanta attenzione al rapporto tra debito e prodotto interno lordo. Ebbene, le prospettive di crescita della Grecia erano e sono molto negative. Il rapporto debito/pil può aumentare anche perché il pil cresce poco o addirittura diminuisce e nel caso della Grecia il sistema economico è in una condizione di grave perdita di competitività: i costi e i salari crescono molto velocemente, la produttività ristagna, le esportazioni sono in calo, il sistema industriale è poco innovativo, i servizi pubblici sono di scarsa qualità e inefficienti, i servizi privati sono poco concorrenziali, le scuole sono di bassa qualità.
I Paesi europei a fronte della crisi greca hanno deciso di intervenire prestando al governo greco fondi rilevanti a tassi inferiori a quelli di mercato; questa decisione purtroppo è arrivata in ritardo. La scelta di intervenire è stata motivata dalla necessità di scongiurare il pericolo di un contagio: una crisi di fiducia sul debito greco avrebbe potuto estendersi al debito di altri paesi europei come il Portogallo o l’Irlanda o la Spagna e a quel punto si sarebbe potuto avere una vera crisi sistemica che avrebbe fatto saltare l’intera architettura dell’euro.
Se i paesi europei avessero deciso di intervenire prima, a dicembre 2009 ad esempio, il costo del salvataggio della Grecia sarebbe stato più basso. Per mesi i paesi europei hanno tentennato e rinviato una decisione. La crisi greca che ancora non è chiusa, ha messo in luce alcuni punti deboli dell’Unione europea.
Manca o almeno mancava fino a poche settimane fa, una vera procedura coordinata per affrontare le crisi specifiche di un singolo paese membro. I paesi europei hanno messo in comune la moneta ma non hanno realizzato una politica di bilancio comune, non esiste un governo europeo unico in grado di utilizzare la leva fiscale e la spesa pubblica per intervenire a sostegno di un’area in difficoltà.
Al momento per ripristinare la fiducia dei mercati sulla Grecia e indirettamente sull’euro, la strada suggerita è stata quella del risanamento fiscale. Il governo greco ha annunciato un piano di riduzione della spesa pubblica e di aumento dell’entrate per ridurre l’indebitamento già nel 2010. Molti altri paesi europei stanno seguendo la stessa ricetta, anche la Spagna e l’Italia.
La sopravvivenza dell’euro richiede forse una maggiore azione di controllo da parte dell’Unione europea sui singoli governi dal punto di vista fiscale: le regole di Maastricht vanno applicate con più decisione per evitare che per troppo tempo un paese membro possa accumulare deficit elevati e quindi un debito elevato. Ma è un compito non agevole. Le rivolte avvenute in Grecia e i morti nelle piazze ci mostrano come sia difficile risanare un paese che si era avviato lungo un sentiero di crisi fiscale.
Ma è sufficiente la disciplina fiscale?
Paul Krugman, premio Nobel per l’economia, ci ricorda che i salari, i costi e la produttività in Grecia sono troppo disallineati rispetto a quelli dei paesi più forti e competitivi dell’Unione europea come la Germania. Di solito, quando c’è una crisi che colpisce un singolo paese, quel paese per recuperare competitività può svalutare il cambio e in questo modo ridurre i prezzi ai quali vendere all’estero i propri prodotti. Avvenne così nel settembre del 1992 quando l’Italia svalutò la lira e recuperò in modo significativo competitività rispetto ai prodotti tedeschi, aumentò le esportazioni e trascinò la propria crescita. Ma la Grecia non può svalutare essendo parte dell’Unione monetaria. La strada alternativa è drammatica. Per riconquistare competitività e quindi per tornare a crescere la Grecia dovrebbe far sì che i salari dei lavoratori greci diminuissero del 20-30 per cento rispetto a quelli tedeschi. Un taglio enorme che difficilmente verrebbe accettato dai sindacati e dai lavoratori.
In assenza di meccanismi di svalutazione del cambio, paesi in difficoltà come la Grecia rischiano di precipitare in una crisi davvero senza sbocco: il risanamento fiscale da solo non basta, perché se il paese non cresce il rapporto tra debito e pil aumenta lo stesso. Servirebbe una spinta alla crescita ma vista la scarsa competitività dell’economia greca non è chiaro come ciò possa avvenire.
Insomma la crisi greca non è finita e non è chiaro se davvero può durare una situazione che vede paesi molto diversi per struttura economica mettere in comune la moneta senza mettere in comune anche la politica fiscale. Ci aspettano ancora mesi molto difficili.
Sandro Trento