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Un blog per i giovani in un paese per vecchi

La passione per la politica e il desiderio di discutere le condizioni dei giovani, anche per prospettare delle alternative, sono al centro di questo blog.
Mossa da questo desiderio, scrivo a partire dalla mia posizione specifica, da una serie di collocazioni che non sono indifferenti rispetto ai contenuti del discorso.  
Mi presento. Nickname: Hannaharendt. Scelta non casuale. H.A. è la pensatrice dei totalitarismi e dell‘Olocausto, ma è anche colei che ha indicato le condizioni essenziali per la vita umana: il pensiero e l’agire politico. Senza pensiero si cede all’obbedienza cieca, all’ignoranza e agli stereotipi, alla paura e alla mistificazione. Agire politico perché è l’azione comune a farci entrare a pieno titolo nel mondo umano.
Sono una donna: perché non è uguale ad essere uomo; si può stare in tutti gli ambiti con la propria differenza purché consapevoli che si tratta di un valore.
Venticinquenne: laureata, mi trovo in una fase della vita in cui 20 anni fa si aveva già un impiego, spesso una casa e si progettava un futuro; oggi si vive invece nell’incertezza.
Meridionale: fuori sede, in affitto, doppia appartenenza e una particolare preoccupazione per la “questione meridionale” che è sempre lì.
Filosofa: da qui la convinzione che il lavoro del pensiero non si delega ad altri e che bisogna vigilare sul proprio presente se non si vuole scoprire che la situazione è ormai troppo grave.
Ex addetta alla ricerca e selezione del personale e così ho capito l'abuso di certi meccanismi come il contratto di stage o a progetto ad esempio.
Insegnante precaria, perché i tagli della riforma Gelmini hanno cancellato le possibilità residue di entrare stabilmente nel mondo della scuola.
Appassionata di politica perché le opportunità offerte alle giovani generazioni sono una questione prioritaria.
 

Giovani in un paese per vecchi

Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita”. Le parole di Paul Nizan suonano oggi come uno strano ronzio nelle orecchie dei giovani italiani. L’età della speranza e della spensieratezza è ormai sempre accompagnata da un senso di soffocamento e di ansia per un futuro quanto mai incerto. Costruire la propria vita su solide fondamenta (un lavoro stabile, una casa) dovrebbe essere un diritto garantito ad ognuno di noi. Sono proprio però queste solide fondamenta quelle che vengono a mancare.
Il mercato del lavoro offre ai giovani prevalentemente contratti a tempo determinato che eliminano ogni possibilità di un reddito stabile. I mutui, richiedendo garanzie che pochi hanno, diventano di fatto inaccessibili. Gli affitti e i prezzi delle abitazioni sono inavvicinabili dalla maggior parte dei giovani. In queste condizioni l’emancipazione diventa, usando un eufemismo, una mossa azzardata. Costruire una famiglia è possibile solo se si ha alle spalle una situazione economica ben definita.
Del resto il nostro paese raramente considera i giovani come una risorsa. I dati parlano chiaro. L’età media dei senatori della legislatura attuale è di 57 anni mentre quella dei deputati è di 50. Il presidente dei “giovani” imprenditori di Confindustria, Federica Guidi, ha 40 anni. L’età media di ingresso alla carica di Professore associato è di 43 anni; 50 quella relativa alla carica di Professore ordinario. In un paese dove l’età media è di 43 anni questi dati non stupiscono più di tanto. Emerge però chiaramente un problema di rappresentazione. Chi porta avanti, nelle sedi opportune, gli interessi dei giovani ventenni e trentenni? Le istituzioni sono davvero in grado di rispondere alle nostre esigenze? Sembrerebbe di no. Le politiche a favore di noi giovani sono poche e il più delle volte inefficaci. Il dibattito parlamentare non si accende mai per le nostre cause. La nostra voce non arriva nei luoghi delle istituzioni o, quando ci arriva, non viene ascoltata.
Con questo blog dal titolo, ahinoi, molto appropriato, vogliamo contribuire ad alimentare la voce della nostra generazione. Vogliamo raccontare le nostre difficoltà quotidiane in un paese che ci considera ancora dei bambini a trent’anni. Vogliamo attirare l’attenzione su quello che non viene detto o che passa inosservato. Perché crediamo fermamente che i giovani siano la risorsa fondamentale per un paese che deve crescere e affrontare il difficile contesto internazionale. Ma soprattutto non vogliamo che questa risorsa vada sprecata.
 

Non chiamateci atipici

Il 3 marzo il Senato ha approvato in via definitiva il ddl  sul lavoro, in base al quale le controversie tra datore di lavoro e lavoratore potranno essere risolte alternativamente tramite ricorso al giudice o mediante un arbitro che deciderà “secondo equità”.

L'art. 31 del ddl aggira in questo modo l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che tutela dal licenziamento senza giusta causa.

Il Governo ha naturalmente minimizzato l'impatto di questa norma, affermando che il lavoratore troverà nell'arbitrato uno strumento in più a sua disposizione e potrà scegliere a quale procedura affidare le controversie con il datore di lavoro; in realtà, poiché il ricorso all'arbitrato potrà essere regolato o dai contratti collettivi oppure da contratti di assunzione che lo prevedano espressamente, il lavoratore rischia di essere ancora più vulnerabile in fase di negoziazione, in quanto il datore di lavoro potrà porre l'accettazione della clausola relativa all'arbitrato come condizione per procedere con l'assunzione.

Diversi esponenti del mondo politico e dei sindacati hanno contestato la norma e l'attacco implicito all'art. 18 che essa contiene, proprio perché aumenta le possibilità di “ricatto” nei confronti dei lavoratori, in una fase in cui tra l'altro il loro potere negoziale è già debole per via della generale immobilità del mercato del lavoro.

Quello che però andrebbe sottolineato è che se il ddl indebolisce coloro che all'articolo 18 potrebbero appellarsi, per milioni di lavoratori tale tutela non è mai stata prevista, perché inquadrati con forme contrattuali che, a fronte di rapporti di lavoro di tipo subordinato, non garantiscono alcuna protezione: lavoratori di serie B, impiegati attraverso stages, contratti di collaborazione, partite iva e tante altre fantasiose forme di lavoro precario, che escludono la negoziazione e qualsiasi diritto.

Dico lavoratori di serie b, e non atipici, perché parlare di lavoro atipico, avvalora l'idea si tratti di un fenomeno circoscritto, d'eccezione, una fase transitoria cui seguirà una stabilizzazione, un ritorno ad una rassicurante normalità di contratti a tempo indeterminato, con tanto di contributi, ferie e malattia. Un'illusione agevolata dal fatto che siamo ancora difficili da registrare, nascosti tra le pieghe dei dati sull'occupazione e la disoccupazione, a volte del lavoro sommerso, confusi nel conto dei lavoratori autonomi. Nonostante l'apparente invisibilità sono queste le forme di lavoro che per lo più i giovani, e non solo, sperimentano e che presumibilmente attendono le nuove generazioni. 

Forse anche contarci sarebbe un modo per cominciare a contare.

Tasse elevate, sfiducia nell'investimento in formazione ed emigrazione interna: così ogni anno gli atenei perdono iscritti

Il Ministero dell’Università ha pubblicato i dati provvisori relativi alle immatricolazioni per l’anno accademico 2009/2010: i neo iscritti sono 304 mila e 600, il 2,3% in meno rispetto all’anno accademico 2008/2009, che a sua volta registrava un’analoga riduzione per un calo complessivo del 5 per cento in un biennio.

I dati testimoniano anche una forte disomogeneità a livello territoriale, con le università del Nord che registrano una perdita media di circa 2 punti percentuali e quelle del Sud che subiscono una riduzione ben più drastica con 7 punti percentuali in meno. Un esempio: l’Università di Bologna segna un incremento del 9,23% nell’anno accademico corrente, mentre l’Università di Palermo ha perso oltre 25 punti percentuali.

Sicuramente questo fenomeno è legato in parte alla difficoltà per le famiglie nel sostenere i costi delle tasse universitarie, soprattutto dopo gli aumenti degli ultimi anni; influisce poi la sensazione che investire in formazione troppo spesso non paghi, perché è raro ottenere un lavoro in linea con le proprie aspirazioni e con la propria formazione, ma anche in termini di aspettative economiche e di stabilità contrattuale.

Tuttavia questi elementi credo spieghino soprattutto la tendenza generale alla rinuncia al proseguimento degli studi, mentre il forte divario tra gli iscritti al Nord e al Sud sembra richiedere un’altra possibile interpretazione.

Il numero di neo universitari al Nord aumenta perché i redditi sono mediamente più alti e perché la situazione di maggior benessere incoraggia certamente ad impegnarsi in un percorso di formazione superiore, ma aumenta anche perché vi è una percentuale significativa di studenti fuori sede provenienti dalle aree meridionali, consapevoli che il sistema produttivo delle regioni di origine è troppo debole per accoglierli, che probabilmente dovranno comunque emigrare una volta terminati gli studi e quindi decisi a prepararsi la strada studiando ed integrandosi dove avranno più opportunità di inserirsi nel mercato del lavoro.

Già i dati del rapporto Svimez 2009 confermavano questa ipotesi: secondo il rapporto tra il 1997 e il 2008 circa 700 mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno ed è “la carenza di domanda di figure professionali di livello medio-alto a costituire la principale spinta all’emigrazione”. Il rapporto testimoniava tra l’altro un aumento dei giovani che si trasferiscono al Centro-nord dopo il diploma per proseguire gli studi e che poi non ritornano nei paesi di origine ed una diminuzione dei laureati negli atenei meridionali in partenza in cerca di lavoro.

Le conseguenze di questa situazione sono facili da prevedere, in parte sono anzi già  visibili: declino demografico e perdita di giovani, spesso di quelle eccellenze, che potrebbero valorizzare il sistema, riducono le prospettive per quanti restano e spingono altri all’emigrazione, innescando un circolo vizioso in cui quanto più la popolazione invecchia, la spesa sociale aumenta e ristagnano i consumi, tanto più la domanda interna si comprime e il sistema produttivo espelle ulteriori lavoratori, che emigrano e si stabiliscono altrove e così via.

Se non si ripartirà  da qui,  dalla costruzione delle condizioni per cui le persone possano scegliere di vivere dove sono nati, non ci saranno prospettive di sviluppo per le regioni meridionali, ma si rallenterà ulteriormente la crescita dell’intero paese.

State of the world 2010: allarme consumi e segnali di una nuova cultura della sostenibilità

L'ultimo rapporto del Worldwatch Institute, State of the world 2010, affronta quest'anno il tema dei consumi e del loro drammatico impatto sull'ecosistema e sulla vita delle persone.

I dati riportati sono impressionanti: i consumi sono cresciuti del 28% rispetto al 1996 e sestuplicati rispetto al 1960, cifre che non possono essere ricondotte all'aumento della popolazione, dal momento che questa è cresciuta solo del 2.2% fra il 1960 e il 2006, mentre la spesa pro capite è quasi triplicata. 

Per quanto riguarda lo sfruttamento delle risorse, l'uso delle risorse globali è cresciuto del 50% negli ultimi 3 decenni e in particolare tra il 1950 e il 2005 la produzione di metalli è cresciuta di 6 volte, il consumo di petrolio di 8 volte e quello di gas naturale di 14 volte. In totale, 60 miliardi di tonnellate di risorse vengono estratte annualmente, circa il 50% in più di trenta anni fa.

Praticamente il mondo estrae l'equivalente di 12 Empire State Building dalla terra ogni giorno. L'Ecological Footprint Indicator, che confronta l'impatto ecologico dell'umanità con la quantità di terra produttiva e di mare disponibili mostra che l'umanità usa attualmente le risorse di una terra e un terzo, stiamo quindi utilizzando circa un  terzo in più della capacità della terra disponibile.

Dopo essere rimasta a livelli stabili per mille anni a circa 280 ppm (parti per milione), la concentrazione atmosferica di diossido di carbonio è ora di 385 ppm, a causa di una popolazione in crescita che consuma sempre più combustibili fossili, mangia più carne e converte ulteriori territori coltivabili in aree urbane.

Tuttavia il cambiamento climatico è solo uno dei molti sintomi degli eccessivi livelli di consumo. L'inquinamento atmosferico, la perdita di circa 7 milioni di ettari di foresta ogni anno, l'erosione del suolo, la produzione annuale di oltre 100 milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi, l'obesità, i disturbi legati allo stress, sono secondo il rapporto problemi da non trattare separatamente, perché hanno una radice comune nelle abitudini di consumo. Secondo uno studio dell'ecologista di Princeton Stephen Pacala i 500 milioni di individui più ricchi del mondo, circa il 7% della popolazione mondiale, sono responsabili del 50% delle emissioni mondiali di diossido di carbonio, mentre i 3 miliardi più poveri vi contribuiscono solo per il 6%.

Il rapporto rileva come l'impatto della crisi economica stia spingendo molti a ripensare alle conseguenze degli attuali livelli di consumo, che si accompagnano a debiti, stress e problemi di salute, ad esempio acquistando automobili più piccole e trasferendosi in abitazioni meno grandi.

Se il cambiamento di una cultura forte quanto quella del consumismo può sembrare impossibile, non mancano esempi di pionieri culturali che si impegnano a diffondere una nuova cultura basata sul rispetto del mondo naturale e sulla volontà di assicurare alle future generazioni la possibilità di vivere come e meglio di quella attuale.

Un esempio di cultura della sostenibilità è dato dalle iniziative volte ad utilizzare cibi biologici locali nelle mense scolastiche, una sfida importante dal momento che le abitudini mentali dei giovani non sono ancora formate e quindi essi potrebbero essere educati ad una diversa cultura del cibo. 

Negli Stati Uniti acquistare il cibo da agricoltori locali è uno dei marchi del movimento Farm-to-School,  che sta aiutando le scuole a riconnettersi con i produttori locali di alimenti. Finora oltre mille scuole in 38 stati hanno scelto di acquistare prodotti freschi dalle fattorie locali. Questo obiettivo costituisce una priorità anche in molti paesi in via di sviluppo, in cui il World Food Programme mira a sostituire il cibo importato con quello locale. Lo scopo principale di questa rivoluzionaria iniziativa, che sta avendo successo soprattutto in Brasile e Ghana, è quello di creare mercati per i produttori locali attraverso la promozione della salute e dell'educazione dei bambini coinvolti.

Secondo il rapporto in Europa due paesi possono essere considerati pionieri della rivoluzione del cibo scolastico: la Scozia e l'Italia. Roma risulta essere particolarmente all'avanguardia in questo campo: il 67,5% del cibo servito nelle scuole delle città è organico, il 44% viene da catene specializzate in prodotti biologici, il 26% è di provenienza locale, il 14% è certificato come “equo e solidale”, il 2% proviene da cooperative che impiegano ex carcerati o che lavorano su terre confiscate alla mafia.

Un altro interessante modello di sviluppo sostenibile relativo all'Italia riguarda la città di Lecco, dove dal 2003 ogni giorno 450 alunni delle scuole elementari si recano a scuola a piedi accompagnati da volontari e genitori, evitando circa 160 chilometri di spostamenti con veicoli a motore e consentendo ai bambini di praticare esercizio fisico.

Secondo l'analisi di James Davison Hunter i cambiamenti culturali generalmente sono guidati da reti di individui piuttosto che da grandi personaggi, in particolare essi sono resi possibili dalla sovrapposizione di reti associative di orientamento analogo e dotate di risorse complementari che agiscono per un fine comune, diffondendo idee, abitudini e nuovi paradigmi culturali. Naturalmente, poiché la cultura è in gran parte guidata dalle grandi istituzioni, il successo delle reti dipenderà dalla capacità di mettere l'idea di sostenibilità al centro dei discorsi di queste istituzioni, che possono giocare un ruolo significativo nel diffonderla e nell'incentivarne l'applicazione.

La storia del documentario The Age of Stupid illustra le potenzialità delle reti spontanee. I realizzatori del film sono riusciti a finanziare il progetto raccogliendo fondi da individui e gruppi interessati al tema del cambiamento climatico ed hanno organizzato 600 spettacoli in oltre 60 paesi grazie allo sforzo di promozione del film da parte di una rete di volontari anziché attraverso i canali di distribuzione tradizionali. A quel punto hanno approfittato del successo del film per lanciare una campagna sul cambiamento climatico, 10:10, che incoraggia le persone ad impegnarsi per ridurre le emissioni di carbonio del 10% nel 2010. Da ottobre del 2009, circa 900 imprese, 220 scuole, 330 organizzazioni e 21.000 individui hanno aderito all'impegno. 
 

L’ennesima fabbrica dei veleni

Un piccolo paese della Calabria, le cui principali risorse sono il mare, le spiagge ed una piccola isola.

Per molti anni una fabbrica di tessuti ha offerto a parte della sua popolazione la possibilità di un lavoro stabile, una sorta di miraggio in un comune in cui la gente vive per lo più di lavoro stagionale o si rassegna ad emigrare al centro o al nord. Poi la fabbrica chiude, il lavoro finisce, ma una cosa non si ferma: le malattie e le morti degli ex dipendenti.

All’inizio erano pochi. Qualche lontano conoscente, poi sempre più persone, amici, parenti, morti per tumore o leucemia, troppi, davvero troppi. Troppi per ignorare quell’involontaria quanto inevitabile associazione: morto di leucemia – lavorava alla Marlane, morto di tumore – anche lui alla Marlane, cancro ai reni – di nuovo quel nome: Marlane.

Dopo anni di sospetti arriva la verità e con essa speriamo anche la giustizia.

La Marlane, una fabbrica del gruppo Marzotto situata nel piccolo comune di Praia a Mare (CS) e da poco dismessa, era una fabbrica di veleni. Vi si producevano tessuti con lavorazioni tossiche.

Per questo i dipendenti si ammalavano, per questo tanti ne sono morti.

Dopo anni di indagini la procura di Paola è giunta nei giorni scorsi alle sue conclusioni: le accuse vanno dall’omicidio colposo al disastro ambientale. Fra gli indagati ci sono nomi di imprenditori veneti molto autorevoli, come Antonio Favrin, vicepresidente vicario di Confindustria veneto e amministratore delegato della Marlane fra il 2001 e il 2004, Silvano Storer, già ai vertici di Stefanel e Benetton Sportsystem e consigliere delegato della Marlane fra il 1997 e il 2001 e  Jean De Jaegher, amministratore delegato  per la Marzotto fra il 1996 e il 1997. Indagato anche il sindaco del comune di Praia a Mare, Antonio Lomonaco, che è stato responsabile della tintoria fra il 1973 e il 1988.

Secondo la magistratura i dipendenti non erano informati sui rischi cui erano esposti, né provvisti di adeguati mezzi di protezione, ma anzi maneggiavano a mani nude coloranti  ricchi di ammine aromatiche che provocano patologie tumorali.

Ma il disastro potrebbe essere anche ambientale, perché oltre alle vernici anche i rifiuti della fabbrica erano tossici, residui a base di amianto, zinco, piombo, mercurio, interrati a poca distanza dalla spiaggia di Praia a Mare, con il rischio di gravissimi danni all’ambiente, alla salute delle persone ed all’intero paese, che nel mare e nelle sue spiagge trova la principale, se non unica, risorsa.

Già da molti anni la popolazione di Praia a Mare temeva una simile verità, eppure allo stesso tempo tendeva ad allontanare quel terribile pensiero, non riusciva ad ammetterlo fino in fondo; perché accettare fatti simili significa accettare l’idea che per fame di profitto imprenditori, dirigenti e amministratori locali abbiano messo a rischio la vita di uomini e donne e contaminato un territorio di grande bellezza, un patrimonio naturale già penalizzato dall’abbandono e dalla corruzione in cui versa la regione e che anziché valorizzare costoro hanno pensato di distruggere. Significa accettare che nella loro irresponsabile e folle corsa al guadagno delle persone abbiano razionalmente calcolato di condannare a malattie gravissime e alla morte persone con la sola colpa di aver bisogno di un lavoro e, avvelenando il territorio,  esporre a tale rischio la popolazione in generale.

Forse non ci si poteva credere anche per la rassegnazione, perché abituati ad essere la discarica del paese o perché andare in fondo alla questione sembrava inutile : fare causa alla Marzotto? Con quale speranza di ottenere qualcosa?

Grazie al coraggio e alla determinazione del procuratore capo di Paola Bruno Giordano e di un ex dipendente della Marlane, Luigi Pacchiani, forse ci sarà giustizia.

Sono queste le persone di cui il Sud ha bisogno.

150 mila facinorosi dei centri sociali in piazza contro la Gelmini

Martedì 17 novembre è stata celebrata in tutto il mondo la giornata per il diritto allo studio, in memoria del 17 novembre 1939, giornata in cui centinaia di giovani cecoslovacchi che si opponevano alla guerra furono arrestati e uccisi dai nazisti. I rappresentanti degli studenti si sono ritrovati a Bruxelles sotto lo slogan “l'istruzione non è in vendita”, mentre in Germania la protesta ha coinvolto 35 città e in Grecia la celebrazione si è inserita nella serie delle iniziative legate all'anniversario della rivolta degli studenti ateniesi contro i colonnelli greci nel 1973. In Italia studenti universitari e dei licei, ricercatori e precari della scuola hanno manifestato per esprimere il proprio dissenso nei confronti della riforma Gelmini e dell’impatto che essa ha prodotto nel mondo della scuola e dell’università.
La ministra ha prontamente affermato che la protesta, che ha coinvolto in Italia 50 città e ha visto scendere in piazza 150 mila persone, è stata condotta dai giovani dei centri sociali e non rappresenta la stragrande maggioranza degli studenti italiani. Questa dichiarazione rispecchia la convinzione, più volte ripetuta negli ultimi mesi, che la mobilitazione studentesca sia governata da giovani appartenenti alla sinistra radicale, definiti di volta in volta facinorosi, guerriglieri o semplicemente fannulloni, che utilizzano la riforma coma mero pretesto per colpire il governo, perché si illudono di essere ancora negli anni '70 o semplicemente perché desiderano saltare le lezioni.
Si tratta di una posizione che mira a delegittimare la protesta e a depotenziarne l'impatto sull'opinione pubblica, facendo passare sotto silenzio l'ampiezza della partecipazione e la ricchezza delle iniziative e delle proposte che in questi mesi sono state avanzate negli atenei e nelle scuole.
La mobilitazione studentesca, sebbene originata dal dissenso nei confronti della riforma dell’istruzione e dalla finanziaria, nella misura in cui queste colpiscono a tutti i livelli l’istruzione pubblica, trova il suo obiettivo più ampio nell’affermare una concezione del sapere come bene comune e il ruolo dello studente come soggetto politico attivo, piuttosto che come mero fruitore di un servizio. Si tratta cioè di un movimento in grado di prescindere da appartenenze politiche precedenti e soprattutto di non esaurirsi nelle manifestazioni di piazza, che sole hanno conquistato l’attenzione mediatica, finendo per avvalorare l’idea di essere di fronte ad una protesta sterile, priva di contenuti, addirittura dettata dal desiderio di evitare le lezioni. Accusa a cui gli studenti rispondono:“Vi sono certo state delle occupazioni, come retaggio di una forma di protesta assunta e metabolizzata, ma per lo più simboliche. Questo ha fatto sì che non ci fosse un blocco totale della didattica e che si riuscisse allo stesso tempo a esplicitare un malessere generale preservando per tutti e tutte il diritto alla formazione”.[1]
In realtà gli studenti, i ricercatori, e in alcuni casi anche i docenti, hanno organizzato corsi e seminari, cineforum e assemblee, hanno prodotto documenti e avanzato proposte per conciliare l'esigenza di una razionalizzazione della spesa legata all'istruzione con il diritto all'istruzione per tutti e con la necessità di investire nella ricerca come condizione essenziale per il futuro dei giovani e del paese.
L'ampiezza della partecipazione studentesca, la sua capacità di autorganizzarsi e di resistere nel tempo, con un lavoro certamente più impegnativo e continuo rispetto alla mera presenza in occasione di grandi eventi ad impatto mediatico, smentiscono l'idea che il movimento abbia coinvolto solo pochi esponenti dei centri sociali e non rappresenti una parte considerevole degli studenti. Al contrario il movimento studentesco Onda Anomala si è dichiarato sin dall’inizio estraneo ad ogni rappresentanza partitica, contestando l’equazione che fa coincidere la politica con il dominio dei partiti e sottolineando la volontà di sottrarsi ad un’automatica assimilazione alle rivendicazioni politiche che hanno caratterizzato le mobilitazioni passate.
A questo proposito uno studente dichiara: “In effetti, anche se è chiaro che la mobilitazione è ancora in qualche misura guidata dai militanti e dalle militanti, è anche evidente però che sempre più ragazze e ragazzi, senza avere alle spalle una storia personale di particolare impegno politico, decidono di dare il loro contribuito. Spesso anzi sono proprio questi facinorosi, che mai in vita loro hanno preso parte ad un collettivo studentesco o ad una riunione di partito, a chiedere ai propri docenti di sospendere il corso normale delle lezioni e di progettare insieme forme alternative di didattica”.
Quello che in questi mesi non è stato registrato, se non volutamente oscurato, è quindi proprio la discontinuità di questo movimento rispetto a quelli del passato, centrati su un approccio leaderistico e sugli eventi di piazza, come spiegato da alcuni studenti del Seminario Autogestito Permanente di Roma Tre nel corso del grande seminario di Diotima tenutosi a Verona lo scorso 6 novembre.
Essi individuano infatti due livelli di azione: il primo, che si realizza attraverso cortei, sit-in e occupazioni e che certamente riprende forme consolidate di contestazione per il loro valore simbolico; il secondo che riguarda invece “le dinamiche e le forme di aggregazione che si sono rivelate “costitutive dal basso” della mobilitazione. Questo è il microlivello dei gruppi di studio, dei seminari, dei workshop e di tutto quello che potrebbe essere definito come il “lavoro di cura” del movimento: quel lavoro che mettendo in raccordo momenti aggregativi diversi nutre il movimento pur rimanendo trasparente agli occhi del grande pubblico”.[2]
Si tratta cioè di pratiche politiche che puntano sulla relazione di fiducia e sul senso di responsabilità condivisi dagli studenti, consentendo a tutti un maggiore agio nel prendere parola pubblicamente e la creazione di un tessuto associativo che va ben oltre i singoli eventi di grande partecipazione e che anzi si rivela condizione indispensabile perché questi abbiano luogo.
Mi sembra che rispetto alla massa di immagini e titoli che hanno riportato notizia dei disordini, non ci sia stata sufficiente informazione che rendesse conto della produzione di sapere e del senso di responsabilità politica che si è diffuso in questi mesi fra gli studenti; soprattutto non ci si è interrogati su quale urgenza abbia spinto i giovani, soprattutto gli studenti universitari, ad investire tempo ed energie nella difesa della scuola pubblica, del sapere e della ricerca, anziché affrettarsi a badare ai propri interessi personali, soprattutto in uno scenario dominato dalla competizione, dal precariato e dalla paura della disoccupazione.
Domande a cui si troverebbe risposta semplicemente prestando ascolto alle istanze degli studenti, sforzandosi di aprire con loro un serio confronto. In uno dei documenti presentati in occasione dell’Assemblea nazionale del 12 dicembre 2008 si legge infatti: “La questione delle condizioni materiali degli studenti, la loro richiesta di riappropriazione del futuro, dimostrano una volontà di porre in questione elementi base della vita di ognuno che la politica istituzionale aveva relegato all’ambito del caso, della fortuna e della disponibilità privata, ma che in realtà potrebbero e dovrebbero trovare spazio in una politica delle persone e dei loro bisogni concreti. Il criterio dell’utile a cui è stata sottomessa l’università delle abilità, della professionalizzazione e della rinuncia al discorso pubblico è il riflesso di una società in crisi, incapace di difendere il sapere nella sua natura di bene comune”[3]
 

[1]    http://www.nuvole.it/index.php?option=com_content&view=article&id=361:roberta-paoletti-e-valeria-mercandino&catid=76:nuvole-37&Itemid=61 

[2]  Grande seminario di Diotima presso l’Università di Verona, intervento di Roberta Paoletti, Valeria Mercandino, Federica Castelli, Pierluigi Marinucci, Lorenzo Coccoli, Alessandro Grassi.

[3]    Il testo è il risultato delle discussioni e delle iniziative che si sono svolte a Roma Tre, in particolare sono stati coinvolti il Seminario Autogestito Permanente della Facoltà di Lettere e Filosofia; gli e le studenti dell’Aula 6 autogestita; l’Assemblea Permanente di facoltà.

Dossier Migrantes 2009: le buone notizie sul tema dell’immigrazione

Gli stranieri residenti in Italia hanno raggiunto alla fine del 2008 quota 3.891.295, ma sono 4.330.000 se si includono anche le presenze regolarinon ancora registrate in anagrafe e superano i 4 milioni e mezzo aggiungendo i quasi 300.000 della recente regolarizzazione. Questa la dimensione del fenomeno fotografato dal XIX rapporto sull'immigrazione realizzato dalla Caritas e presentato il 28 ottobre scorso a Roma.
Secondo i dati del rapporto quindi l'Italia ha superato nel 2008 la media europea e si avvicina ai livelli della Spagna, che conta oltre 5 milioni di presenze straniere, e della Germania, che ha raggiunto circa 7 milioni di presenze. Bisogna considerare tuttavia che nei paesi che hanno una tradizione migratoria meno recente, come la Francia e la stessa Germania, le presenze straniere sono di gran lunghe superate dai cittadini nazionali di origine immigrata, dal momento che la normativa consente un accesso più agevole alla cittadinanza. Emblematico è il caso della Germania dove i cittadini stranieri sono scesi a circa l’8%, mentre quelli con un passato migratorio raggiungono ben il 18%.
In Italia gli stranieri incidono sul totale della popolazione rispettivamente del 6,5% se si considerano i soli residenti e del 7,2% se si considerano tutte le presenze regolari. Il dato è tuttavia ancora più significativo se guardiamo ai minori e ai giovani, dal momento che i giovani stranieri hanno un'incidenza del 10% sulla popolazione fino a 39 anni. Dal rapporto risulta inoltre che oltre il 62% degli stranieri vive nelle regioni del Nord, mentre l'origine è prevalentemente europea (53,6% di cui più della metà da Paesi comunitari). In particolare le comunità più cospicue sono quella romena (800.000 presenze), albanese (440.000), marocchina (400.000) e cinese (170.000).
Secondo il rapporto l'incremento della popolazione straniera è riconducibile a due ordini di ragioni: la prima riguarda l'evoluzione demografica, la seconda la domanda di occupazione del Paese, mentre l'influenza degli sbarchi sarebbe pari a meno dell'1% della presenza regolare. Il dossier evidenzia tuttavia che “il contrasto dei flussi irregolari ha monopolizzato l’attenzione dell’opinione pubblica e le decisioni politiche e si registra una crescente confusione tra immigrati “clandestini”, irregolari, richiedenti asilo e persone aventi diritto alla protezione umanitaria”.
Il dato relativo a minori e giovani segnala invece come la questione dell'immigrazione debba essere affrontata piuttosto promuovendo l'integrazione e la convivenza fra le diverse culture.
Consideriamo infatti che il 22% della popolazione straniera è costituito da minori(862.453), un dato sensibilmente superiore a quello relativo alla popolazione italiana, sulla quale l'incidenza dei minori è pari al 16,7%. “Tra nati in Italia e ricongiunti, il 2008 è stato l’anno in cui i minori, per la prima volta, sono aumentati di oltre 100 mila unità”.
E’ evidente che i nuovi nati costituiscono una risorsa importante per la situazione demografica italiana; a questo si aggiunge il fatto che l'età media degli stranieri è di 31 anni contro i 43 degli italiani.
Sono tutti fattori che oltre a rispondere al problema dell’invecchiamento della popolazione creano anche le condizioni per costruire nel tempo una società multiculturale basata sull’integrazione, non su una tolleranza più o meno instabile, troppo spesso interrotta da episodi di razzismo e per lo più accompagnata da sfruttamento sul lavoro e diffidenza all’interno della società, ma di una reale apertura e partecipazione. E’ tuttavia una situazione che si dovrebbe gestire sin da ora nella prospettiva di un futuro prossimo in cui la popolazione di origine straniera sarà ancor più parte integrante del tessuto sociale, culturale e produttivo del paese. Bisognerebbe cioè cominciare a creare le condizioni perché i giovani che nascono e crescono in Italia possano formarsi, lavorare ed entrare a pieno titolo nella società italiana.
I minori stranieri che frequentano le scuole italiane sono per il 37% nati in Italia, non hanno quindi difficoltà linguistiche e si sentono cittadini italiani a tutti gli effetti. I percorsi scolastici degli stranieri sono tuttavia spesso discontinui e la presenza degli stranieri nelle università è ancora molto ridotta, segnalando come sia necessario lavorare per promuovere l'accesso dei giovani stranieri a livelli superiori di istruzione così da acquisire un’adeguata formazione culturale e competenze spendibili nel mercato del lavoro.
I lavoratori stranieri d'altra parte sono già quasi un decimo degli occupati e contribuiscono in modo rilevante alla produzione di ricchezza dell'Italia. Secondo il rapporto i lavoratori stranieri presentano un tasso di attività superiore di 11 punti rispetto alla media e sono fortemente motivati, nonostante siano maggiormente esposti a rischi di infortunio sul lavoro, poco gratificati dalle mansioni e dalle retribuzioni, che destinano per lo più ai familiari rimasti nei paesi di provenienza, e spesso sottoposti ad atteggiamenti di diffidenza e ostilità.
Il rapporto sottolinea inoltre come il contributo dato dagli immigrati all'economia italiana sia visibile anche in termini di versamenti contributivi e tasse. I versamenti contributivi versati all'Inps ammontano a 7 miliardi di euro, dei quali oltre 2,4 miliardi pagati direttamente dai lavoratori stranieri e il resto dai datori di lavoro; la stima del gettito fiscale è invece di oltre 3,2 miliardi di euro, per un totale di 5,6 miliardi di euro. Se confrontato con la stima realizzata dalla Banca d'Italia sulla spesa sociale sostenuta dallo Stato a vantaggio degli stranieri, che è pari al 2,5% del totale, risulta che essi utilizzano la metà del gettito fiscale che assicurano.
Un ulteriore aspetto indagato dal rapporto è relativo al tema della criminalità, tema che viene interrogato per verificare una consolidata tendenza che fa coincidere la figura dello straniero con quella del criminale. Dall'indagine risulta tuttavia che l'aumento della criminalità non è imputabile all'aumento della popolazione straniera; nel periodo 2001-2005 infatti l’aumento degli stranieri residenti è stato del 101% mentre l’aumento delle denunce presentate contro stranieri è stato pari al 46%. Allo stesso modo  il tasso di criminalità degli stranieri risulta analogo a quello degli italiani.
“I dati del Dossier 2009 sottolineano che gli stranieri non sono persone dal tasso di delinquenza più alto, non stanno dando luogo a una invasione di carattere religioso, non consumano risorse pubbliche più di quanto versino con tasse e contributi, non sono disaffezionati al Paese che li ha accolti e, al contrario, sono un efficace ammortizzatore demografico e occupazionale”.
Il rapporto evidenzia insomma come la presenza degli immigrati in Italia abbia una serie di effetti positivi perché risponde ad esigenze specifiche del Paese che ne giustificano l'aumento. Si tratta cioè di una risorsa che tuttavia troppo spesso non viene riconosciuta, vissuta con apprensione dai cittadini per paura della diversità culturale o della maggiore competizione che essi introdurrebbero nel mercato del lavoro, strumentalizzata da una parte del mondo politico per motivi elettorali o comunque affrontata in maniera disorganica, nell'assenza di una visione d'insieme o di un progetto di lungo termine per un fenomeno che costituirà certamente una costante nello scenario del nostro paese.

Ru486: le ambigue intenzioni del centro destra all’interno del dibattito sull’interruzione farmacologica della gravidanza.

Secondo l’ultima dichiarazione dell’Aifa la pillola abortiva Ru486 dovrebbe essere commercializzata in Italia a partire dal 19 novembre. Il ministro Sacconi ha affermato che l’indagine conoscitiva condotta dal parlamento terminerà prima di questa data, ma non si escludono nuovi interventi volti a procrastinarne la diffusione.

Nella sua ultima dichiarazione il ministro ha inoltre affermato che l’indagine ha il fine di “verificare la compatibilità della pillola abortiva con la legge 194 che regola l'interruzione volontaria della gravidanza”.

Le giustificazioni addotte finora dai diversi esponenti del Pdl sono tuttavia molto discordanti fra loro e si ha l’impressione che ancora una volta si stia facendo dei corpi e delle vite delle donne l’oggetto di uno scontro politico. 

La prima motivazione addotta dal senatore Gasparri per giustificare la necessità di un’indagine parlamentare è stata infatti la preoccupazione per eventuali rischi sulla salute delle donne che avrebbero fatto ricorso alla pillola abortiva. D’altra parte però non si comprende come possa spettare al parlamento verificare questo aspetto, dal momento che solo una commissione tecnico-scientifica sarebbe in grado di esprimersi in merito con competenza.

Ad oggi invece l’unico confronto condotto su basi scientifiche è stato quello svoltosi presso la Casa Internazionale delle donne di Roma il 10 ottobre scorso. Qui modalità e statistiche sono state discusse da donne medico, operatrici della legge 194 , parlamentari e donne delle associazioni femminili. 
Al contrario l’indagine conoscitiva in corso al Senato sembra piuttosto un tentativo politico di impedire o comunque ostacolare l’accesso all’aborto farmacologico per le donne italiane. 

La sottosegretaria alla salute Roccella ha comunque già dissipato ogni dubbio dichiarando che si tratta di un fatto politico perché la Ru486 è stata promossa da radicali e sinistra radicale.

Il senatore Gasparri ha poi dichiarato che “l’indagine offrirà elementi importanti per evitare la banalizzazione dell’aborto”, evidenziando come la reale preoccupazione sia che la possibilità di effettuare l’interruzione di gravidanza in modo meno doloroso possa indurre le donne a ricorrervi in misura maggiore. Contemporaneamente però gli esponenti del Pdl sostengono che è sbagliato credere che la pillola renderebbe l’interruzione di gravidanza indolore,  per cui non si capisce perché temano che conduca ad una banalizzazione dell’aborto.

Altri si sono esposti in maniera più ambigua dichiarando, come Barbara Saltamartini responsabile pari opportunità del Pdl, che l’opposizione alla Ru486 mira a difendere il valore sociale della maternità. 

Ora questo valore sociale della maternità sarebbe un concetto da chiarire.

Le donne in Italia non godono di alcun sostegno che le aiuti ad affrontare la scelta di diventare madri. Condizioni precarie di lavoro e discriminazione già nei processi di selezione in virtù del “rischio” di maternità, sono aspetti tristemente noti a tutti. Inoltre a differenza di altri paesi europei le donne non hanno diritto ad alcuna assistenza dopo essere state dimesse dall’ospedale. Studi recenti hanno invece evidenziato come la depressione post-partum e le sue conseguenze più drammatiche, fino ai casi di infanticidio, siano legate alla solitudine e al senso di abbandono sperimentato dalle donne dopo il ritorno a casa.

In Italia manca una rete sufficientemente estesa di asili pubblici e di altre strutture destinate ad accogliere i bambini mentre le madri lavorano ed è noto come l’unica vera forma di welfare siano le famiglie.

Insomma nulla lascia supporre che in Italia ci sia un riconoscimento del valore sociale delle donne e della maternità, ma ecco che paradossalmente è proprio questo che sta a cuore del centro-destra.

Cosa si intende allora per valore sociale della maternità? Che le donne sono naturalmente destinate ad essere madri e che nostro compito è la riproduzione della specie a prescindere dalla nostra volontà? Che vi è un destino biologico per ciascuna di noi che non possiamo contrastare?

Se così fosse ad essere in discussione non sarebbe tanto l’aborto farmacologico, quanto il diritto delle donne all’interruzione volontaria della gravidanza e la legge 194 che in Italia disciplina questa materia. 

Mi sembra purtroppo che sia questa l’intenzione sottesa all’avversione del centro-destra nei confronti della pillola abortiva, anche perché la legge 194 non esclude la possibilità di interrompere la gravidanza attraverso strumenti alternativi all’intervento chirurgico, ma parla di somministrazione su prescrizione medica dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte.

Inoltre l’articolo 15 afferma il dovere delle regioni di promuovere l’aggiornamento del personale sanitario “sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità psichica e fisica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza”. Il legislatore prevedeva quindi la possibilità che la tecnica avrebbe messo a disposizione forme meno drammatiche di intervento. Del resto la Ru486 è già in uso in Francia dal 1988, nel resto d’Europa e negli Stati Uniti dal 2000 ed è stata adottata anche da Cina e Uzbekistan.

Infine quanto al vincolo posto dalla legge di effettuare l’interruzione di gravidanza all’interno di strutture pubbliche, l’Aifa ha già stabilito che anche la pillola abortiva potrà essere assunta solo presso le strutture ospedaliere e che la donna vi dovrà essere trattenuta fino ad aborto avvenuto. 

L’idea che al centro dell’attacco ci sia non solo la pillola Ru486, ma la legge 194 e il diritto delle donne all’autodeterminazione è avvalorata da diversi segnali molto spesso taciuti.

In primo luogo in Italia manca una reale informazione sulla sessualità e la contraccezione, anzi si alimenta la confusione su questi temi finendo per limitare la consapevolezza delle donne e il diritto ad una scelta informata. Un esempio emblematico è quello della pillola del giorno che in Italia viene presentata come una pillola abortiva e che le donne ottengono solo dopo percorsi molto tortuosi e umilianti. In realtà l’Organizzazione mondiale della sanità l’ha classificata tra i contraccettivi e nel resto d’Europa è un farmaco da banco, che si vende cioè senza ricetta .

Vi è inoltre una continua criminalizzazione delle donne sia che ricorrano alla pillola del giorno dopo, sia che decidano di abortire. Per averne una conferma basta leggere i volantini diffusi nei consultori in cui l’interruzione di gravidanza è paragonata ad un omicidio, dimenticando che l’idea che la vita umana abbia inizio dal concepimento è un giudizio di valore, un dogma di fede rispettabilissimo, ma non un fatto scientifico o una verità che si debba necessariamente condividere.

Altra questione è quella dell’obiezione di coscienza che in Italia raggiunge livelli tali da impedire la corretta applicazione della legge 194. Sarebbe opportuno ricordare che la 194 è una legge dello stato vincolata costituzionalmente e che se il medico ha naturalmente diritto all’obiezione di coscienza, questo diritto non si applica alla struttura ospedaliera che al contrario deve garantire alla donna la prestazione sanitaria.

Date queste premesse risulta difficile credere che dietro il tentativo del centro-destra di ostacolare la diffusione della RU486 vi sia reale preoccupazione per la salute della donna e per la compatibilità con la legge 194. Il timore è che ancora una volta questo governo si appresti a prendere decisioni senza tenere conto della volontà di donne e uomini su questioni che interrogano  la coscienza di ognuno, la cui libertà dovrebbe essere sempre rispettata, almeno all’interno di uno stato laico.

Ma c’è una exit strategy del governo italiano? Ottimismo delle chiacchiere e inerzia nei fatti

Nei giorni scorsi sono state riviste al rialzo le previsioni sui principali indicatori economici dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Si inizia ad intravedere qualche segnale positivo e lo stesso Blanchard (capo economista del FMI) ha dichiarato che “la ripresa è iniziata ma sarà lenta”.
L’ottimismo (ingiustificato) profuso da Berlusconi e da Tremonti nel nostro Paese da mesi fa sembrare questa affermazione solo una ripetizione ed alla luce delle passate dichiarazioni sull’uscita dalla crisi sarebbe legittimo temere che non venisse posta sufficiente attenzione sulla lentezza della ripresa.
Veniamo prima alle buone notizie. Il PIL mondiale, a fronte di un calo dell’1,1% nel 2009 (+0,3% rispetto alle previsioni di luglio), nel 2010 si attesterà sul +3,1% (+0,6 rispetto a luglio); il PIL USA, dopo una diminuzione del 3,4% nell’anno in corso, tornerà a crescere (+1,3%) nel 2010; la stessa grandezza per l’Area dell’Euro farà segnare quest’anno un -4,2% mentre salirà a +0,3% nel 2010; e, l’Italia rimane fanalino di coda, si stima che nel 2010 il PIL italiano crescerà meno della media europea, passerà dal -5,1% del 2001 al +0,2% del prossimo anno.
Ed ora i dati più preoccupanti: la disoccupazione aumenterà ovunque per il prossimo anno e mezzo. Negli USA salirà dal 9,3% del 2009 al 10,1% del 2010; nell’Area dell’Euro crescerà, dal 9,9% dell’anno in corso, crescerà all’11,7% nel prossimo anno; in Italia il tasso di disoccupazione salirà dal 9,1% del 2009 al 10,5 nel 2010.
Inoltre, il Fondo Monetario da un lato pone l’accento sulle limitazioni nell’accesso al credito e sulla debolezza della domanda privata e dall’altro evidenzia la necessità di regolamentare e continuare a sostenere l’economia con i piani anti-crisi.
Quest’ultima affermazione merita una riflessione per il caso italiano. Quali sono i risultati del piano anti-crisi posto in essere nel nostro Paese?
In altri termini, oltre a non aver rilanciato l’edilizia con il piano casa, ad aver agevolato l’evasione con lo scudo fiscale e ad aver immesso nel sistema finanziario uno strumento, i Tremonti bond, praticamente inutilizzato dalle banche, che risultati ha ottenuto l’attuale governo?
In primo luogo, un aumento del debito pubblico che nel 2009 si attesterà al 115,8% e nel 2010 salirà al 120%. In secondo luogo, si è avuta una ulteriore perdita di competitività in termini di reddito pro-capite nei confronti della Grecia (il Pil pro-capite della Grecia è di 30,6 mila dollari a fronte dei 29,1 per l’Italia) nel 2009 e, secondi i dati FMI, nel 2010 anche nei confronti della Slovenia (30,6 mila dollari per la Slovenia e 29,2 per l’Italia).
Il quadro diviene completo se si conclude ricordando i problemi strutturali del nostro Paese che vanno a sommarsi agli effetti della crisi: l’insufficiente grado di liberalizzazione, la perdita di competitività dei prodotti italiani sui mercati internazionali, la scarsa propensione all’innovazione e il divario sempre più ampio tra Nord e Sud.
Tra tutte, comunque, la criticità maggiore è che al continuo ricorso a soluzioni di breve termine con un impatto evidentemente ridotto sull’economia nazionale si affianchi la totale mancanza di un piano di lungo periodo che miri a rivalutare le potenzialità del nostro Paese salvaguardando il benessere dei cittadini.